“Fra’ – San Francesco, la superstar del medioevo” di e con Giovanni Scifoni, regia di Francesco Ferdinando Brandi. Alla Sala Umberto di Roma

Frà

A Giova’, che te serve?

L’idea di San Francesco giullare di Dio, ioculator Domini, non è certo nuova. L’aveva già utilizzata teatralmente nel 1999 per il suo Lu Santo Jullare Françesco Dario Fo, il quale la riprendeva da una delle più importanti biografie scritte in tempi moderni, il San Francesco di Raoul Manselli: “Gli ioculatores Domini potevano in qualsiasi momento, solo che le circostanze fossero opportune, levarsi fra la folla, presentarsi, sviluppare il tema delle loro idee. E il cavaliere di Madonna Povertà raccontare le sue avventure, parlare del suo amore con calore, il fervore, le movenze psicologiche, con cui aveva sentito i consoli o il podestà, nei contrasti e negli scontri cittadini, toccare i tasti più delicati della sensibilità dei presenti per piegarli alla penitenza ed indirizzarli a una vita più cristiana”. (R. Manselli, San Francesco, Bulzoni editore, Roma, 1982, p. 150).
Insomma che il figlio del ricco mercante di panni Pietro Bernardone fosse un bravissimo showman e un abile uomo di comunicazione, è cosa risaputa. Anche il titolo dello spettacolo scritto e interpretato alla Sala Umberto da Giovanni Scifoni (sotto la regia di Francesco Ferdinando Brandi), Fra’, non suona nuovo nei romani con addosso anni sufficienti ad avere vissuto durante il regno di Andreotti. Ricorda “A Fra’ che te serve?”, la famosa locuzione con la quale l’imprenditore edile Gaetano Caltagirone si rivolgeva a Franco Evangelisti, factotum del divo Giulio. Scifoni lo sa sicuramente perché il monologo conferma la sua attenzione per i fatti politici. Ma è senza dubbio più intenso il suo afflato mistico. Non lo nasconde, lo mischia alla spettacolarità della performance, allo scherzo, alla battuta e sfrutta così un’intrinseca teatralità del santo, facile da estrarre, per moltiplicare la brillantezza della propria prova di showman.
La forte carica spirituale viene comunque sempre fuori, comprensibilmente perché l’attore è un neocatecumenale, ma il finale assai fervoroso dal punto di vista religioso può risultare esaltato a uno sguardo laico: la distanza fra interpretazione e adesione sembra diminuire un po’ troppo, al punto che si sente uno scivolamento dalla comunicazione alla missione. Il che significa in un certo modo perdere la ragione basilare dell’arte teatrale che è di servire soltanto se stessa.
Se con una punta di malizia, si dovesse vedere lo spettacolo in questione come un strumento di propaganda, bisognerebbe ammettere che l’opera è raffinata e di astuzia gesuitica più che di francescano ardore. Posso recitare mentre prego?, chiederebbe al suo vescovo un frate minore. E otterrebbe probabilmente una risposta poco gentile. Posso pregare mentre recito?, sarebbe la domanda d’uno scaltro discepolo di Sant’Ignazio.
Non si risparmia Scifoni, dotato di mezzi espressivi e tecnici notevoli, capace di molto su un palcoscenico e anche non privo di originalità nell’affrontare una figura che viene solo dopo il Cristo e la Madonna nell’immaginario devozionale cristiano, quindi occidentale, e anche più semplicemente nella bibliografia. “Ma il vero problema con cui mi sono dovuto scontrare preparando questo spettacolo è che Francesco era un attore molto più bravo di me”, scrive lo showman nel programma di sala. Questa è una captatio benevolentiae assai abile perché lascia intendere che il povero attore accetta il rischio, anzi la certezza, di cadere sotto il peso dell’immenso santo giullare, quando invece si arrampica su una spalla del gigante, lo imita nelle sue prediche visionarie, nelle improvvisazioni matte, nelle fantasmagoriche performance e ricostruendolo quale santo pop, si fa esso stesso attore pop. Un modo italiano di stare in scena in cui il personaggio è interamente al servizio del suo interprete. Da una francescana imitazione di Cristo a una giovannea (nel senso di Giovanni Scifoni) imitazione di Francesco: spettacolare, non c’è dubbio.
Musiche di Luciano Di Giandomenico da lui stesso eseguite dal vivo su strumenti antichi assieme a Maurizio Picchio e Stefano Carloncelli.

Marcantonio Lucidi,
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