“Il gabbiano” di Anton Cechov, regia di Giancarlo Nanni ripresa da Manuela Kustermann. Al teatro Vascello di Roma

Il gabbiano di Nanni

La mia scena è una scatola magica

Il gabbiano di Cechov che Giancarlo Nanni diresse vent’anni fa e che Manuela Kustermann riprende quasi tale e quale al Vascello di Roma con la stessa compagnia di allora salvo due interpreti, dovrebbe essere visto dai giovani di oggi, sia spettatori che esordienti artisti della scena. Dovrebbero vederlo per evitare di essere truffati dai sedicenti innovatori – ce ne sono parecchi in giro – che spacciano come invenzioni della loro creatività modi della messa in scena appannaggio di altri, in particolare dei registi del glorioso teatro – immagine. Giancarlo Nanni, scomparso nel 2010, ne è stato uno dei maggiori esponenti e Il gabbiano ha rappresentato una summa del suo stile.
Per esempio: l’idea degli attori come corpi performativi iscritti in un ensemble che si muove secondo una visione coreutica della regia, intesa quale intervento poetico ed estetico totale; il ricorso agli esercizi di laboratorio, strumenti dell’azione scenica e della costruzione di una drammaticità visionaria, icastica e antidrammaturgica; la maniera radicalmente antinaturalistica di illuminare ed invece un uso delle luci come espressione del movimento interiore dei personaggi e delle relazioni interpersonali; la creazione ininterrotta di immagini sceniche in un continuum che costituisce la cifra stilistica dello spettacolo; l’asservimento della scrittura drammaturgica alla scrittura scenica, quindi la riformulazione del testo non solo come pretesto ma come de-testo. Io regista detesto il testo che ingabbia letterariamente e paralizza il significato dello spettacolo, sicché lo de-testo come atto di liberazione del senso teatrale.
Bisogna ringraziare la signora Kustermann, anch’essa in scena nel ruolo di Irina che fu il suo con Nanni regista, per avere letteralmente ricostruito lo spettacolo. Una scelta non rievocativa o nostalgica, da vestale di un vecchio tempio teatrale,  ma un’operazione produttiva e artistica che offre l’opportunità di alcune verifiche. Tornare a vedere Il gabbiano di Nanni rappresenta una magnifica occasione per cercare di rispondere a un paio di domande: il teatro – immagine, per quanto abbia generato risultati pregevoli come questo, è una corrente del passato? E se la risposta è affermativa, per quale motivo non si è fatto tradizione, quindi classicità, come è avvenuto ad esempio per il Teatro dell’Assurdo, il quale nasce nelle cantine e diventa repertorio dei grandi palcoscenici? Delle molte ragioni, due possono forse essere indicative: la prima riguarda l’incapacità del teatro – immagine e in genere della sperimentazione nata negli anni Sessanta-Settanta di creare una scuola, di formulare un metodo della messinscena e dell’interpretazione e di stabilire un processo di formazione degli attori e dei registi, di porsi insomma come canone di riferimento per un teatro antiborghese ma strutturato. Sono mancate una struttura interna e, esternamente, la trasmissione alla generazione successiva delle conoscenze e dei risultati acquisiti. Ha prevalso l’estro individuale, la ricerca personale, il percorso unico e non tramandabile.
Vi è stata inoltre la vendetta del testo, inevitabile in un’arte che è visibile nel suo farsi e muore al suo compimento, mentre la letteratura, anche quella teatrale, si nasconde all’atto della composizione e vive quando esso ha termine. A poco vale nel campo teatrale la documentazione video di cui il Novecento ci ha dotati con le sue magnifiche tecnologie, in quanto è testimonianza storica, e quindi del passato. Buona per i saggi e gli intellettuali, meno per l’arte e gli artisti. Un terzo motivo sta nei vari epigoni sorti negli anni Ottanta-Novanta e oltre, spesso mediocri seppur celebrati da una parte della critica e da una sinistra di bolscevichi da salotto, gente di red set, il jet set della gauche cachemire. Questi successori hanno rubato alcuni modi e idee del teatro-immagine e li hanno usati per un teatro-look atto al lancio della propria griffe, ne hanno sfruttato la carica contestataria e antiborghese per cucire un prêt-à-porter dell’alterità e dell’emarginazione: bieco sfruttamento teatrale di un glamour delle periferie metropolitane degradate oppure, in altri casi, espressioni sceniche fashion di un antisistema ipocritamente anticonsumista e anticapitalista che serve il sistema e bada a denari pubblici destinati alla demenziale, artisticamente indefinibile e inesistente categoria del teatro di innovazione. Il teatro è sempre nuovo, anche con le parrucche di stoppa.
Giancarlo Nanni, diversamente da altri registi del suo tempo, aveva mantenuto un’idea della scena come spettacolo. La doppia frattura fra teatro e spettacolo, fra teatro d’arte e di cultura, che s’è andata sviluppando nelle avanguardie di mezzo secolo fa, in lui sembrava meno netta. La sua opera ha rappresentato il tentativo di unire ricerca dell’artista e fascinazione del pubblico. La sua scena è stata una scatola magica colma di sortilegi visionari e di meccanismi registici. Certo non spettacolo popolare ma comunque un discorso alla platea, ch’è pratica disprezzata dai falsi sperimentatori. A questo punto non resta che vederlo, questo Gabbiano, uno degli ultimi grandi allestimenti del teatro-immagine di una generazione che ai successori ha lasciato una certa idea della scena.

Marcantonio Lucidi,
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