“Le notti bianche” di Fëdor Dostoevskij, regia di Lucia Rocco. Con Francesca Piccolo e Paolo Cresta. Al teatro Torlonia di Roma
L’efficienza della recitazione manuale
“Romanzo sentimentale” secondo Fëdor Dostoevskij che lo pubblicò nel 1848 quando aveva ventisette anni, Le notti bianche è in scena al teatro Torlonia di Roma in un’edizione adattata e diretta da Lucia Rocco. Questo è un allestimento educato e perbene come nonna Speranza, con le luci corrette, i costumi a posto, la scenografia spartana ma non miserrima. Con in più la musichina allegra di un carillon vivente, perché l’attrice, Francesca Piccolo, ogni tanto deve ruotare leggiadramente atteggiandosi a damina di boîte à musique per segnalare al pubblico il passaggio al successivo appuntamento notturno fra i due protagonisti. Manca solo il cucù dell’ore che canta.
La storia è molto conosciuta, parecchi registi l’hanno trasposta al cinema, anche Luchino Visconti ne ha girato una sua versione nel ’57 con Marcello Mastroianni e Maria Schell: a San Pietroburgo, un uomo di cui non si sa il nome conosce casualmente per strada una ragazza, Nasten’ka. I due si mettono a chiacchierare. Lui è un piccolo impiegato in qualche ufficio, un solitario, sognatore, vive in un appartamento con la sua anziana domestica e fa lunghe passeggiate. Lei è carina, allegra, vivace, innamorata di un giovane distinto ma povero, partito per Mosca in cerca di lavoro un anno fa e che da allora non si è fatto più vedere. Nasten’ka e l’anonimo pietroburghese si danno appuntamento per la sera successiva alla condizione però che lui non si innamori di lei. Tempo altri tre incontri e si invaghirà.
Presupponendo per un attimo che la regia abbia allestito un buon spettacolo, si può ricorrere a Peter Drucker (Vienna, 1909 – Claremont, 2005), padre del management moderno, il quale postulava la differenza fra efficienza ed efficacia. Detto sinteticamente, l’efficienza è fare bene le cose, l’efficacia è fare le cose giuste. In un sistema organizzazionale come un’azienda, l’efficienza è pericolosissima perché si può fare molto bene la cosa sbagliata, per esempio ottimizzare al massimo la produzione di un oggetto che il mercato non vuole più. Massima efficienza, efficacia zero e l’impresa fallisce. Questa teoria sui sistemi organizzazionali può funzionare anche nelle questioni teatrali. Il teatro fatto “comme il faut”, per benino, senza che un proiettore bagni in quinta o un bottone salti in scena, inciampa poi sull’imponderabile umano, ossia gli attori. Molto efficiente l’incessante impellente costante movimento delle mani di Paolo Cresta: si agitano, si stringono, si aprono, si chiudono, roteano in aria, sbattono sulle cosce, indicano, additano, gesticolano, questa è una recitazione manuale, si torcono, si girano, si alzano, volano e svoltano al semaforo della battuta. È un attore di cui si vede la recitazione, le pause studiate, i toni scelti, l’effetto impostato, il respiro ispirato. Più morigerata l’attrice, Francesca Piccolo, la quale dopo quaranta minuti, al momento di dire finalmente una battuta importante – “Voi parlate come un libro stampato” – viene impallata dal collega. Quasi tutta l’azione si svolge in un solo punto del palcoscenico, tutto a sinistra (per gli attori), quindi basta sbagliare il movimento per tagliare fuori l’attrice dalla vista di mezza platea. Dire che la regia non è né efficiente né efficace sarebbe una cattiveria gratuita perché le luci sono corrette, i costumi a posto, la scenografia spartana ma non miserrima e allegra la musichina del carillon vivente.
