“Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, regia di Carlo Sciaccaluga, con Luca Lazzareschi e Pia Lanciotti. All’Argentina di Roma
Non ti fidare dei sogni
Nella sua prima enciclica “Magnifica Humanitas”, Leone XIV non scrive solo di intelligenza artificiale, ma affronta i travagli della quarta rivoluzione industriale sotto molteplici profili, la verità, la pace, la dignità del lavoro, la giustizia sociale. Denuncia “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. E più avanti: “I nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori”.
Utile alla riflessione sui nostri anni è rivedere un classico del teatro americano in scena all’Argentina di Roma, il celeberrimo Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller nell’allestimento diretto da Carlo Sciaccaluga, con Luca Lazzareschi e Pia Lanciotti nelle parti principali. Il dramma di Miller mette in scena i vecchi modi di lavorare, dei quali si può dire che non sono necessariamente peggiori dei nuovi, e dimostra che dopo quasi ottant’anni (il testo data del 1949) i problemi sono gli stessi, per quanto la loro forma possa sembrare diversa. Il sacrificio dei deboli sta diventando strage.
Apparentemente l’ambientazione postbellica negli Stati Uniti pervasi dal mito del sogno americano svia la percezione dell’attualità di quanto si vede in scena. Le scarpe con le ghette, le sedie e il tavolo da cucina di formica celestina, i costumi, le valigie in cuoio, le racchette da tennis con la pressa in legno appartengono a quel periodo. Poi però viene l’ipotesi che proprio la scelta filologica dell’allestimento indichi la persistenza del tema trattato: l’illusione, anzi l’inganno nascosto sotto il boom economico e la promessa di un futuro migliore. Forse la differenza principale fra la realtà che Miller raccontava e la situazione attuale sta nel fatto che l’American dream garantiva l’entrata delle persone e delle famiglie in un gigantesco ceto medio benestante grazie all’ascesa sociale determinata dal lavoro e dall’obbedienza al credo capitalista. Oggi invece la promessa ha perso ogni credibilità, la società degli illusi è morta e la questione riguarda l’espulsione delle masse dal ceto medio. Ma la sofferenza di chi all’epoca lottava per entrarvi e di chi invece oggi combatte per non uscirne è simile; la pena e la sconfitta di chi non riesce a salire non differiscono da quelle di chi è costretto a scendere. Miller non parla solo del tempo suo e l’allestimento di Sciaccaluga non subisce un’impronta museale, un taglio da teatro d’una volta. Mutatis mutandis, l’argomento siamo noi che abitiamo il Ventunesimo secolo.
Il povero Willy Loman, sessantatré anni affaticati di commesso viaggiatore, non può più fare milleduecento chilometri in macchina per andare con il sorriso smagliante e l’eloquio brillante a vendere il sogno americano in forma di merce. È finita, Loman. Non sei più competitivo e stai per essere buttato fuori dal sistema; la tua dignità non vale la banconota da un dollaro con la scritta In God we trust, confidiamo in Dio; non confidare nemmeno nei tuoi figli, nel primogenito Biff, una promessa mancata del football che ha fallito l’esame di matematica e non è entrato all’università; e nemmeno nel cadetto Harold, soprannominato Happy, felice, una beffa, anche lui mezzo fallito che corre dietro alle gonnelle, lavoricchia e ogni tanto accetta qualche mazzetta. C’è solo tua moglie Linda che ti vuole bene e ti è fedele ma non potrà salvarti, povero Willy che cominci a non funzionare più con la testa e parli da solo mentre vai in giro a cercare un lavoretto nuovo e ricevere calci.
Carlo Sciaccaluga è figlio del regista Marco, scomparso cinque anni fa, che mise in scena Morte di un commesso viaggiatore due volte, nel 1986 con Giulio Bosetti nel ruolo di Willy Loman e nel 2006 con Eros Pagni. È un dramma che sta nella storia teatrale del padre e del suo erede naturale e artistico e questa edizione dà la sensazione d’essere molto meditata e perlustrata. La rappresentazione ha una lentezza studiata, è la storia di un uomo di cui osservare la discesa nelle ombre nere del rutilante lunapark americano. Luca Lazzareschi lo accompagna minuto dopo minuto, battuta dopo battuta, lo porta a smarrirsi nella mente che cade, nel corpo che cede, lo sagoma come un’anima tradita e stupita. Il personaggio ha una scena di rabbia e disperazione di fronte al figlio del vecchio datore di lavoro che sancisce la sua fine e che l’interprete rende angosciosa come un annaspo, un rantolo, l’ultimo tentativo di aggancio. Accanto a Willy, la moglie Linda riceve dall’interprete Pia Lanciotti un realismo aperto alla compassione nei confronti del marito. È la sola a rendersi pienamente conto di come stanno le cose, a non sognare, a non illudersi. Lanciotti ne porta in scena la concretezza e il senso critico della persona che pensa e capisce la situazione e gli uomini. È Linda a suggerire allo spettatore come guardare il dramma. Le sue osservazioni davanti alla tomba del marito sono un giudizio sull’intera tragedia, una tragedia ridicola perché esagerata, inutile: il vecchio commesso viaggiatore provoca l’irreparabile proprio mentre i Loman finalmente dopo trentacinque anni cominciavano a liberarsi dei debiti, Willy aveva perfino saldato il dentista, sarebbe bastato un piccolissimo stipendio per mettere tutto a posto: “Mi sforzo, mi sforzo – dice Linda – ma non riesco a capire, Willy. Ho pagato l’ultima rata della casa oggi. Oggi, caro”. La calma nel tono dell’attrice, il suo togliere peso alla battuta e lasciarla cadere come una piuma, ingigantisce un’ironia terribile. C’è grandezza in Miller se l’interprete sa come fare.
Applausi calorosi anche per Michele De Paola che nella parte di Biff Loman offre momenti intensi come la grande litigata con il padre; Giovanni Cannata, un Happy Loman ben impostato nella sua giovanile superficialità di maschietto americano; Riccardo Livermore è Bernard, il figlio del vicino di casa e grande amico di Biff, personaggio secondario ma importante perché è il giovane che nella vita riesce, che sta a suo agio nel sogno americano, restituito dall’attore con abilità interpretativa. Tutti da citare visto l’apprezzamento del pubblico per l’intera compagnia: Andrea Nicolini (Charley), Sergio Basile (lo zio Ben), Giovanni Arezzo (Howard Wagner), Domenico Bravo (Stanley), Eletta Del Castillo (Miss Forsythe / Segretaria), Silvia Biancalana (la donna).
