“Circle Mirror Trasformation” di Annie Baker, regia di Valerio Binasco anche interprete assieme a Pamela Villoresi. All’Argentina di Roma

Circle Mirror Transformation

L’inverno del minuscolismo

Circle Mirror Trasformation, dramma dell’americana Annie Baker in scena all’Argentina di Roma, “assomiglia a qualcosa che ho incontrato tante volte – scrive nelle sue note il regista Valerio Binasco – che in genere si chiama minimalismo”. Tanto per parlare come i personaggi delle commedie americane naturalistiche: “Hey Val, accidenti Val, questo non è minimalismo, questo è fottutamente minuscolismo”.
Questa versione angusta dello zero impegna una formazione di attori di notevole livello composta dallo stesso Binasco, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta e una Pamela Villoresi in gran vena artistica nel ruolo di Marty. La professione della signora Marty è di fare la tenutaria di una scuola di recitazione dove insegna più o meno, da quello che si vede in scena, il creative drama per adulti e l’ensemble acting (recitazione d’insieme). Per la prima ora e un quarto circa della rappresentazione non succede nulla salvo un amorazzo telefonato che piano piano, molto piano, si concretizza. Come premio per la pazienza, la platea vince alcune dimostrazioni pratiche di varie tecniche ed esercizi, diciamo così, laboratoriali: il gioco del circle mirror transformation che dà il titolo all’opera nel quale gli allievi in cerchio compiono un movimento e un suono, il compagno a fianco lo specchia (mirror) e lo trasforma (transformation) in un’altra cosa a sua trovata; la sostituzione d’identità consiste nel raccontare la storia della vita di un altro partecipante; le nonsense word scenes sono scene tragiche recitate unicamente con parole fisse e insensate, tipo gulasch o ak-mak. C’è pure un giochino pericoloso, sconsigliato a chiunque voglia la pace in terra: i discenti scrivono anonimamente su dei foglietti i loro segreti più oscuri e profondi, poi i biglietti piegati in quattro vengono pescati a casaccio e letti ad alta voce.
Si tratta di roba su cui teatralmente si ha il diritto di ghignare. Dal punto di vista psicoterapeutico è invece prudente che lo spettatore di sala sospenda il giudizio nel ricordo nostalgico dell’indimenticabile Anna Del Bo Boffino che cinquant’anni fa nella sua rubrica “Da donna a donna” sulla rivista “Amica” rispondeva con psicologismi da rotocalco alle lettere piene di cuore e sesso delle inquiete lettrici.
Costruito con intimismi seminariali e battute di simpatico cameratismo da workshop teatrale, questo dramma attraversato da pause e silenzi che segnano le incredibili, voraginose profondità delle anime in scena e ne segnalano le mute, imbarazzanti, inconfessabili verità nascoste, questo dramma insomma dei recessi, dei vuoti interiori, delle inquietudini pulviscolari di persone giustificate nella loro piccolezza dal minuscolismo, questo dramma di persone che si scoprono personaggi che fanno delle persone o forse di personaggi i quali interpretano persone che si rivelano personaggi, questo dramma, si diceva, si svolge nella provincia americana, ecco. Nel Vermont più esattamente, staterello nordico da non prendere però sottogamba visto che negli anni Settanta fu scelto per andare a viverci dal famoso scrittore e dissidente sovietico Aleksandr Solženicyn, nostalgico della sua gelata Russia.
A lungo andare qualcosa succede in scena, niente di trascendentale per carità, e si scopre che i clienti della scuoletta di teatro non sono né meglio né peggio degli spettatori che li guardano, sono solo più piccoli, più anonimi e noiosi. Una vecchia canzonetta francese del 1966 di Jacques Dutronc faceva “Mini, mini, mini, mini / moi je préfère les maxis”.
I rari momenti in cui si ride non nascono dal testo ma dal gran mestiere degli attori, dal loro senso del tempo e della battuta, dalla loro capacità di costruire e tenere il personaggio. Merito anche di una regia che sa dare un ritmo alla rappresentazione e una coerenza teatrale a questo compito drammaturgico in cui si parla di gente con la quale si eviterebbe di andare a cena, non per cattiveria ma per non cadere dentro una lettera ad Anna Del Bo Boffino. Solo ci si chiede sinceramente perché con tanta solerzia si mandano i soldi dei diritti d’autore ad americani il cui gran merito sta nel dimostrare che in Italia c’è gente che sa scrivere assai meglio. Infatti ce n’è, altrimenti al povero spettatore teatrale non resterebbe che andare a ibernarsi sotto le nevi del Vermont.

Marcantonio Lucidi,
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