“Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni”, testo e regia di Lucia Calamaro, con Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori. Al Piccolo Eliseo di Roma
La classe media non va neanche in paradiso
Il Piccolo Eliseo torna dopo anni alla vita teatrale con uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro che si occupa di noi, di oggi, e ha un titolo molto chiaro: Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni. È l’incipit dell’Enrico IV parte prima di William Shakespeare ma lo spettacolo non ha a che vedere con il dramma del Bardo, a meno che non si voglia individuare nell’ubriacone, servile, corrotto e codardo Sir John Falstaff un precursore dei drogati, corrotti, codardi camerieri degli uomini di potere odierni. Ma i servi di oggi non hanno la grandezza burlesca di Falstaff. “Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni” è quindi una bellissima proposizione shakespeariana che si rivela adatta a suggerire il tema affrontato da Calamaro nel suo testo.
Lo spettacolo è un attacco alla globalizzazione, all’euro, alle banche, al capitale che cresce esponenzialmente mentre lo stipendio dei lavoratori resta lineare; è un’accusa allo Stato italiano, nemico dei cittadini, che lavora contro la popolazione ed evita accuratamente di aiutarla. Tasse, contributi, saldi, acconti; la casa, i prestiti, i mutui; la demolizione del welfare e delle politiche sociali. Il dramma offre una descrizione veritiera della classe media distrutta dai politici. Distruzione che è anche il massacro economico del ceto popolare e della grande maggioranza degli italiani. Daniele e Gioia, un uomo e una donna che tirano a campare con lavori saltuari, vengono mostrati da Calamaro un attimo prima della fame nella quale verranno gettati dal sistema finanziario. Sono persone che leggono La commedia umana di Honoré de Balzac e citano Jacques Derrida. Hanno creduto nell’ascensore sociale, ormai completamente bloccato ma perfettamente funzionante come tritacarne. Non possono più permettersi una vacanza e nemmeno una serata in pizzeria, costretti a rimanere prigionieri in casa come le suore di clausura, “le clarisse” dice lei. Sperano di ritrovarsi in fila alla cassa del supermercato perché significa che hanno potuto comprare del cibo, ma non un istante pensano di imitare i francesi, di cui pure leggono romanzieri e filosofi, e andare in strada a manifestare se non per farsi ascoltare, almeno per farsi sentire. Infatti nello spettacolo non c’è rabbia, Calamaro coglie l’umore, i sentimenti, la paura di un uomo e una donna che l’abbassamento della classe media condanna come molluschi sulla riva alla ritirata della marea. L’autrice e regista li manda a chiedere aiuto al loro nemico più spietato e beffardo, lo Stato. Il terzo personaggio, Barbara, è un’impiegata pubblica, tutto sommato di buon cuore perché se nulla può per loro, offre almeno un espediente: trasformare una vera illusione in una finta realtà, fare “come se” le cose fossero in un altro modo per convincersi che sono effettivamente in quel modo.
Una messinscena scarna, semplice, priva di effetti espressionistici e attraversata piuttosto da una vena sardonica ribadisce l’intento drammaturgico d’una descrizione essenziale della situazione attuale. Gli attori Daniele Parisi e Gioia Salvatori regalano i nomi ai due primi personaggi mentre Barbara Chichiarelli è l’impiegata: insieme formano un trio di interpreti che riesce a reggere anche i momenti più ostici dello spettacolo, quando Calamaro si sofferma in modo didattico su Derrida e su spiegazioni riguardo il funzionamento del sistema economico-finanziario. Teatralmente si tratta di passaggi pesanti, da sinistra pedagogica che insegna al popolo della platea. Il risultato è la trasformazione del tempo reale di un’ora e quaranta di rappresentazione nel tempo percepito di due ore e un quarto senza intervallo. Tuttavia sul vizio educativo che si riscontra a volte quando si fa teatro politico, potrebbe anche darsi che, al di là del risultato scenico, l’autrice e regista abbia una qualche ragione. Dei cittadini che non si ribellano alla situazione che stiamo vivendo, è lecito pensare che non abbiano capito appieno cosa sta succedendo o che non vogliano capirlo. Allora il teatro assolve a un suo compito statutario, ossia di scuotere la coscienza e la pigrizia di una popolazione che s’affida non più (fortunatamente) allo stellone d’Italia ma (illusoriamente) alla capacità individuale di cavarsela.
Per svegliare codeste coscienze, è necessario che il pubblico non s’assopisca e questo sarebbe compito di un’autrice in grado di tagliare un po’ di testo in sede di messinscena e di una regia capace di dare ritmo alla propria drammaturgia. Ma il problema è proprio quello classico del teatro politico: il teatro è sempre politico ma se lo dichiara in scena perde in teatralità ciò che non guadagna politicamente e facilmente cade nelle lungaggini della pedanteria, della ripetitività, della retorica. La bravura di un grande drammaturgo politico del Novecento, Bertolt Brecht, oggi messo alquanto in disparte almeno in Italia, fu di inventare uno stile teatrale proprio e un metodo di recitazione al servizio di una drammaturgia politicamente e socialmente impegnata, cioè di inventare una forma della messinscena adatta a servire un contenuto critico. Non questo fa Calamaro epperò non si può certo imputarle la colpa di non innovare.
Stanno quindi i tre attori in una situazione non facile, perché il rapporto artistico con la regista è anche con la drammaturga, però poi ci sono l’istinto e la sapienza interpretativi, il loro lavorare dentro la direzione: spingono un po’ qui un po’ là un testo rigido, dimostrativo, e riescono a salvare almeno in parte uno spettacolo che spiega più di quanto racconti.
