“Peccato che fosse una sgualdrina” di John Ford, regia di Lorenzo Lavia, con Marial Bajma-Riva, Gabriele Anagni, Pavel Zelinskiy. Al teatro Greco di Roma

Peccato che fosse una sgualdrina

L’amore, valore assoluto dell’assoluto

‘Tis Pity She’s a Whore, Peccato che sia una sgualdrina, anche traducibile più crudamente in Peccato che sia una puttana, è una magnifica e complicata tragedia di vendetta in cinque atti in versi e in prosa scritta tra il 1625 e il 1628 da John Ford (1586 – 1639), l’ultimo dei grandi elisabettiani e forse un precorritore dei romantici. La sua truce storia di amore fra un fratello e una sorella fu molto apprezzata due secoli e mezzo dopo dai parnassiani e dai decadenti. Nel 1894 Maurice Maeterlinck rielaborò in forma moderna la tragedia intitolandola Annabella, il nome dell’incestuosa protagonista.
Questa storia nera e sanguinosa, forse più d’ogni altra, con cinque morti nel corso della vicenda di cui tre distesi sulle tavole del palcoscenico nel finale, è stata allestita al teatro Greco di Roma da Lorenzo Lavia, il quale – fatto rilevante – ha anche curato la traduzione. Ha scelto di intitolare lo spettacolo Peccato che fosse una sgualdrina invece del più letterale Peccato che sia una sgualdrina. La regia mette in scena la tragedia operando scelte molto precise: per esempio, tutti i personaggi indossano una camicia rossa e gli uomini sono vestiti con dei completi giacca e pantalone formali, anche il servo Vasques, famiglio dello sposo di Annabella, Soranzo. Lavia ha abolito le gerarchie sociali e ha reso tutti uguali di fronte alla stupefacente immoralità della vicenda, non dovuta all’incesto che John Ford usa “per esplorare – scrive il regista nelle sue note – il lato più oscuro dell’essere umano: la paura del diverso, il fanatismo religioso, l’abuso di potere e il desiderio di controllo”. Temi di oggi perfettamente individuabili nello spettacolo. Quindi nel caso di un artista della scena così preciso, quel congiuntivo imperfetto italiano, “fosse”, deve avere una ragione. Ragione spiegabile in vari modi ma che sta là a marcare una distanza temporale e fattuale – Giovanna “era” una puttana, non “è” – e ad esercitare con maggior distacco una critica etica dei comportamenti di questi personaggi violenti, vendicativi, possessivi, belluini, anche economicamente interessati, volgarmente attenti al soldo, offerti dalla tragedia come metafora dell’umanità. Si potrebbe tuttavia sostenere che la scelta di quel “fosse”, allontanando nel passato la tragedia e l’epiteto “sgualdrina”, renda le cose meno brutali. Ma Ford è brutale e lo spettacolo segue l’autore con durezza e determinazione. Non ci sono sconti e ingentilimenti nella messinscena e nemmeno tagli. I quindici personaggi dell’originale sono tutti in scena; la durata di oltre tre ore è una sfida riuscita di tenuta della rappresentazione; la complessità della vicenda, tutta intrichi e intrighi, fatti e misfatti, si dipana chiaramente.
A raccontarla in poche parole, la storia è la seguente: Annabella rimasta incinta di suo fratello Giovanni, decide di sposare uno dei suoi numerosi corteggiatori, Soranzo. Presto Soranzo si accorge di essere tradito da sua moglie e vuole sapere chi è l’amante. Ma Annabella, seppur minacciata di morte, non rivela il nome. Il malvagio Vasques consiglia il suo signore di fingere il perdono, indaga e scopre il colpevole. Adesso bisogna architettare la vendetta e Soranzo invita Giovanni a una grande festa.
Il racconto è invero assai più ricco e per arrivare al quinto atto, si passa attraverso passioni e odii e agguati e pugnalate, avvelenamenti, infamie, maledizioni. Malgrado tutta la truculenza, la ferocia, l’ignominia che dispiega, il dramma di Ford non è un grand-guignol con effettacci e incontinenze ferine, ma contiene qualcosa di noi perché procede crudamente secondo una logica disumana dell’agire umano. Mostra cosa si muove, per esempio, nell’anima di coloni israeliani che trucidano famiglie palestinesi, bambini compresi, e cosa ha agito nelle menti degli assassini di Hamas che il 7 ottobre 2023 hanno ammazzato 1200 israeliani. Ford indaga cosa noi uomini possiamo essere.
La chiarezza espositiva assieme alla precisione della messinscena su una scenografia semplicissima – una passerella sopraelevata e una scalinata – e l’intento di lavorare sul piano morale attraverso il racconto teatrale di nefandezze e indegnità sono di per sé sufficienti a costruire lo spettacolo, ma Lavia ha un modo di trattare la passione fra il fratello e la sorella che rimanda a un ambito più astratto, più filosofico. Tutto sommato, il punto di partenza di questo sterminio è l’amore che però qui sembra avere poco di sentimentale e appare duro anch’esso perché possessivo, bramoso, mortale. Tuttavia in Ford la passione non è una forza distruttiva che l’ordine sociale deve contenere – come in Shakespeare o in Marlowe – ma si eleva a valore supremo che l’ordine sociale ostacola. Giovanni non è un peccatore, un volgare degenerato travolto dalla libidine ma un intellettuale che argomenta razionalmente il proprio diritto all’amore, malgrado sia incestuoso. Sfida la convenzione e il tabù con una logica lucida, non solo appassionata. La centralità assoluta del sentimento individuale contro tutto e tutti e la rivendicazione della passione come autenticità anticipano di un secolo e mezzo lo Sturm und Drang e il primo romanticismo. Questo aspetto fondamentale della tragedia di Ford è presente nella regia e si intravvede nei toni, negli atteggiamenti fisici dei due giovani, anche se poi non si sente da parte di Lavia troppa indulgenza nei loro confronti. Il sentimento non priva gli amanti di una quota di responsabilità, soprattutto Giovanni il cui gesto fatale è volontario e semplicemente efferato. Però il cuore strappato dal petto di Annabella, rosso come le camicie, vistosamente esibito in punta di pugnale, è una dichiarazione romantica del valore assoluto dell’assoluto. Annabella è certamente la più pura in questa genia di fiere, anche lei marchiata dalla camicia rossa ma vestita di bianco dopo il matrimonio, quando mostra la sua misericordia al momento della morte di Ippolita (ex amante di Soranzo) che le spira tra le braccia.
Frutto d’un occhio acuto anche la scelta degli interpreti e precisa la loro direzione: ha la fragilità d’un fiore reciso Marial Bajma-Riva nel ruolo di Isabella seppure carnale ed invece il Soranzo di Pavel Zelinskiy esprime una sorta di sicurezza insicura, una mascolinità guascona ma sanguinante d’una fierezza vulnerata. Restituito da Mauro Racanati, Vasques emana la freddezza malvagia del Male quando come obbiettivo del suo agire non ha nemmeno il proprio tornaconto, o il potere, ma la gratuità del male stesso, del dolore per il dolore. Ippolita nella tragedia non gode di una gran vita ma ha una bella morte che Clara Danesi non si lascia sfuggire come occasione interpretativa di offrirla a mo’ di sacrificio ai diavoli dell’infamia. La parte di Giovanni è sostenuta dalla fisicità di Gabriele Anagni e da una regia accorta sui movimenti in scena dell’attore. Riccardo Floris, che fa il grottesco Bergetto, forma con Giuseppe Coppola (il servo Poggio) una coppia comico – spalla necessarissima a diminuire la tensione.
Vanno tutti citati gli interpreti per meriti evidenti: Giorgio Crisafi (Florio), Erika Puddu (Lucciola, tutrice di Annabella), Fabrizio Apolloni (Ricciardetto), Antonio Tallura (Donato), Eros Pascale (Frate Bonaventura), Giacomo Mattia (Grimaldi), Angelica Accarino (Filoti).

Marcantonio Lucidi,
Stampa Stampa

I commenti sono chiusi.