“Falstaff – L’arte di farla franca”, testo e regia di Davide Sacco. Con Emilio Solfrizzi. In scena al Quirino di Roma
Una chimera per il mattatore
L’idea di Davide Sacco, autore e regista di Falstaff – L’arte di farla franca, è di mettere insieme due grandi figure secentesche di perdenti, il Sir John Falstaff de Le allegre comari di Windsor di Shakespeare e il Don Giovanni dell’omonima opera di Molière, per farne un solo carattere da consegnare all’interpretazione di Emilio Solfrizzi in scena al Quirino di Roma.
I due personaggi, invenzioni gigantesche della drammaturgia mondiale, sono non si potrebbe più distanti, malgrado alcune coincidenze, in primis naturalmente l’ingordigia esistenziale e la concupiscenza. La differenza sostanziale però, oltre alla proverbiale codardia del libidinoso shakespeariano opposta all’audacia del libertino molieriano, è incolmabile: Don Giovanni gioca con le donne e gli uomini, Falstaff è giocato dalle donne e dagli uomini. Il primo seduce per distruggere l’ordine costituito e sfidare il Cielo, l’inglese per un fine puramente economico. Le allegre comari di Windsor è una commedia grottesca con un finale farsesco, Don Giovanni o il convitato di pietra una finta commedia, un apologo morale che termina in tragedia. Le concordanze fra i due personaggi – la vitalità, il fallimento, l’inganno, i debiti – non solo non ne annullano le macroscopiche differenze ma addirittura le ingigantiscono in virtù delle opposte direzioni che imprimono ai rispettivi destini, il purgatorio del ridicolo in un caso, l’inferno della punizione divina nell’altro. La fusione fra Don Giovanni e Falstaff genera un Giovaff, una forzatura teatrale (e filosofica) prima ancora che filologica, un connubio dal quale non nasce un personaggio nuovo. Non pensi quindi il gentile pubblico di andare a vedere Falstaff, come suggerisce il titolo, assisterà piuttosto a una chimera, un porcello inglese con gli artigli d’avvoltoio francese, un porcelloio.
Lo spettacolo funziona come una mescolata a colpi di cucchiaiate d’acqua e d’olio in un bicchiere. E le bolle della mancata fusione si vedono, sono francobolli di Molière che galleggiano qua e là a Windsor. Il testo avanza sulla falsariga delle Allegre comari con inserti presi dal Don Giovanni. Lo sketch del creditore che bussa a quattrini è cavato da Molière e rimuginato su vecchie scenette alla Macario o dei fratelli De Rege. Anche la scena dell’elemosina al devoto miserabile in cambio di una bestemmia appartiene a Don Giovanni, Falstaff non pratica quel tipo di scherno crudele. Tuttavia nella parte di Giovaff, Solfrizzi fa il mestier suo di divertire la platea. È un mattatore, un comico che si sistema il testo a sua guisa, carica e scarica battute secondo i propri tempi, la percezione della sala e l’estro del momento, per esempio quando si mette a un balcone della scenografia girevole di Fabiana Di Marco e imita il Duce. Gli spettatori ridono di gusto e offrono un pensiero digressivo sul fatto che le generazioni passano ma ancora oggi a oltre ottant’anni di distanza dalla sua morte, Mussolini resta un protagonista dell’immaginario nazionale. È una maschera italiana, come Arlecchino e il Capitan Spaventa, il prototipo del cialtrone peninsulare, non ce ne libereremo mai perché è sempre fra noi e dappertutto.
Gli attori della compagnia girano attorno a Solfrizzi e hanno sostanzialmente due compiti: dare un taglio deciso al proprio ruolo (la comicità sta nell’eccesso) e spalleggiare il capocomico impegnato nelle mimiche, nei toni, nei ghiribizzi e in qualche istrionismo. Sono Giorgio Borghetti, Matteo Mauriello, Ivan Olivieri, Claudia Ferri, Marika De Chiara, Cristiano Dessì.
Molto bravo Solfrizzi in alcune tirate più drammatiche (anche queste drammaturgicamente attaccate come le calamite decorative al frigorifero). Per esempio, il monologo finale che non è né di Don Giovanni né di Falstaff, ma di Macbeth: “La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale poi non si ode più nulla: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla”. Il povero attore qui non si pavoneggia, anzi dimostra che un bravo comico può essere un buon tragico.
