“Tre sorelle” da Anton Cechov, testo e regia di Liv Ferracchiati, con Valentina Bartolo, Giordana Faggiano e Irene Villa. All’India di Roma

Tre sorelle

Signora mia, non c’è più il Cechov di una volta

Irina calza scarpe da ginnastica, Mascia sta sdraiata su un tavolo, Irina dice “vaffanculo”, Mascia “che cazzata”, è la modernità signora mia, non ci sono più le mezze stagioni e anche Cechov risente del clima culturale. E Olga? Olga essendo in italiano anagramma di lago, il metteur en scène non l’ha fatta né mare né fiume. Più che Tre sorelle, sono tre porelle (poverelle in dialetto romano) che il regista Liv Ferracchiati ha tirato fuori dal capolavoro cechoviano assieme alla dramaturg Piera Mungiguerra. Anche questa storia del dramaturg che in locandina fa tanto europeo, tanto berlinese, “ohi gente, noi abbiamo il dramaturg, siamo persone moderne, coltivate e cosmopolite”, Treccani la spiega così: “Nei paesi di lingua tedesca, a partire dal Settecento, scrittore che lavora stabilmente in una compagnia o in un teatro alla rielaborazione o alla creazione dei testi da rappresentare; il dramaturg ha assunto poi anche il compito di proporre nuovi testi”. Eh, questa è la modernità del Settecento e anche Cechov s’è fatto asmatico per la troppa polvere. Così, si può disporre del miglior adattatore teatrale del mondo ma quando è arrivata l’ora di spazzolare il genio, di scrostare la sua delicata malinconica amarezza, la rassegnata disperazione, l’irrimediabile sconfitta, bisogna usare la paglietta di ferro dell’immodestia. Il dubbio invecchia, le certezze lucidano.
In questo allestimento all’India di Roma, l’impossibilità e l’immobilismo cechoviani si mostrano come catastrofe e il dramma si afferma come tragedia a comprovare l’imperiosa serietà della regia, laddove invece non vi sono né gli eroi né la loro morte, ma un’esistenza grigia e senza perché, come ieri, come oggi e domani. “La vita fugge e non tornerà più, e noi non andremo mai a Mosca…”. Cechov raccomandava di recitare i suoi drammi leggermente, come vaudevilles. Assistere a una rappresentazione di un capolavoro dell’autore russo, dovrebbe essere come stare a guardare dalla riva un grande fiume che scorre interminabile e indifferente alle agitazioni e ai clamori degli uomini trasportati dai suoi flutti.
Il vecchio ufficiale medico Ivàn Romànovič Čebutykin legge la Pravda, la vera Pravda, in cirillico, un colpo di naturalismo dentro l’inverosimiglianza di una scena di tavoli e sedie bianchi che fanno più disordine della mente che salotto borghese; Nataša sculetta per il palcoscenico vestita in minigonna e calze rosse; ogni personaggio sembra farsi i fatti suoi quasi senza rapporto con gli altri, se non quelli imposti dal fatto stesso di dire le battute, distruggendo per volontà registica la trama di relazioni che caratterizza il dramma. Vero che nel teatro cechoviano ognuno parla per sé come se recitasse incessantemente la propria biografia ma si tratta di una solitudine in mezzo agli altri. La condanna degli uomini, la sofferenza interminabile che li consuma lentamente, è di vivere soli in un collettivo. Alcune manipolazioni del testo originale a prima vista sembrano appartenere proprio all’idea della recita autobiografica, per esempio le numerose evocazioni di Mosca e i richiami continui a “una furiosa voglia di vivere”. Ma a un certo momento si ha l’impressione che si tratti di semplici reiterazioni legate al teatro come fisiologia più che significato. Effetti fenomenici dell’atto stesso di mettere in scena o, nel migliore dei casi automatismi retorici generati dal molto dire nulla per dare l’impressione di dire molto.
Capita di vedere sui palcoscenici italiani allestimenti simili a questo in cui gli attori sono più bravi dei registi, il che è come regalare del buon cognac d’annata a un astemio. Brava Giordana Faggiano che fa una Nataša gretta, petulante, sfacciata, nell’originale cechoviano in opposizione al trio borghese ed educato delle tre sorelle Prozorov. La Maša di Valentina Bartolo ha presenza scenica e carattere; Irene Villa disegna correttamente la sua Olga mentre Livia Rossi mostra una rigidità che non si addice a Irina. Marco Quaglia nella parte di Fëdor Il’íč Kulygin, marito di Maša, riesce bene a restituire un piccolo professore di liceo perso nell’immensa provincia russa e nella gigantesca pubblica amministrazione imperiale. Il barone e tenente Nikolàj L’vovič Tuzenbach è figura importante, l’unico che fa una brutta fine, per giunta un attimo prima di sposare Irina che lo accetta senza amarlo, il solo che provoca una lieve increspatura tragica sul fiume cechoviano della vita. Ma Riccardo Martone non può approfittare della posizione privilegiata del suo personaggio nel dramma perché la regia non gli offre la possibilità di costruire e caratterizzare il ruolo. Antonio Mingarelli riesce invece a dare un senso più compiuto ad Andrèj Sergèevič Prozorov, il fratello delle protagoniste così come Rosario Lisma nella parte del tenente colonnello Aleksàndr Ignàt’evič Veršinin, comandante di batteria, al quale dà la debole tempra di un uomo mal maritato, facondo e vano elucubratore filosofeggiante. Francesco Aricò (il capitano Vasilij Vasíl’evič Solëny) e Giovanni Battaglia (l’ufficiale medico Ivàn Romànovič Čebutykin) completano una formazione che dimostra la professionalità per seguire uno spettacolo che di Cechov assai poco contiene e che in locandina si fregia d’un sottotitolo non previsto dall’autore ma azzeccato proprio nell’attuale clima culturale: Nevica. Che senso ha?  Ottima domanda: che senso ha?

Marcantonio Lucidi,
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