“Le false confidenze” di Marivaux, regia di Arturo Cirillo anche interprete con Elena Sofia Ricci. All’Argentina di Roma
Il cuore ha ragioni che la ragione conosce benissimo
Di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux (1688 – 1763) persino il nome è dubbio e oscilla fra l’essere e l’apparire, la verità e l’invenzione, come i personaggi della sua commedia d’intrigo amoroso, Le false confidenze, in scena all’Argentina di Roma con la regia di Arturo Cirillo. Nacque Pierre Carlet, alla facoltà di diritto si fa chiamare Pierre Decarlet, Chamblain è il cognome di un cugino germano. Il nome Marivaux appare come firma di una sua parodia giovanile, L’Homère travesti, un’Iliade in versi burleschi.
Questo maestro della dissimulazione, del gioco fra il vero e il falso, darà il suo nome teatrale a un sostantivo e a un verbo: marivaudage che è l’atto di marivauder, per il dizionario francese Le Robert: “Tenere, scambiare dei propositi galanti e ricercati”. Talmente raffinati da parere innaturali e affettati secondo i suoi detrattori dell’epoca. E come poteva allora questa commedia di perfezione settecentesca non finire nelle mani registiche e interpretative d’uno degli artisti di teatro italiani più antinaturalistici dei nostri anni? È una commedia sofisticata fin quasi a sembrare irreale e proprio qui sta la sua eleganza, la sua magnifica teatralità, la superba progressione drammatica azionata dalle manovre e dalle menzogne di tutti i personaggi in scena, ognuno mosso da interessi personali o dai propri sentimenti. Sulla trama degli intrighi, non uno ma molteplici, sugli incroci di innamoramenti e lettere, confidenze, accordi, si fonda la struttura della commedia che all’interno degli inganni cela l’amore. La bravura di Marivaux sta nel tenere insieme l’inganno delle menti e la verità del cuore. Tutto è falso, tutto è manipolazione, salvo la passione amorosa alla quale s’arriva in grazia del più raffinato strumento posseduto dagli uomini, il linguaggio. Inevitabilmente nella traduzione dello stesso Cirillo, qualcosa si perde ma permane comunque l’idea del linguaggio come straordinaria arma manipolatoria e strumento di potere; soprattutto come gioco galante e sovente crudele che gli abitanti di un secolo volgare come il nostro non sanno praticare. Marivaux spiegava che la lingua e l’analisi che metteva in pratica nelle sue commedie, come nei romanzi e nei saggi, erano la trascrizione del linguaggio e delle conversazioni che si svolgevano nei salotti letterari da lui frequentati. Qui si apre l’immenso mondo dei salons francesi, una delle più alte (e rare) prove di ricercatezza e savoir-vivre degli esseri umani.
Mademoiselle de Scudéry, fondatrice e animatrice di uno dei più importanti salons del secondo Seicento, scrive nel capitolo sulla galanteria delle sue Conversations nouvelles, pubblicate con gran successo nel 1685: “In effetti, vi è una maniera di dire le cose che dà loro un nuovo valore, ed è sempre vero che coloro che hanno una disposizione galante nello spirito possono spesso dire ciò che gli altri non oserebbero nemmeno pensare… Bisogna anche avere nello spirito un non so cosa di insinuante e di adulatorio per affascinare lo spirito degli altri”.
Marivaux affida a un servo, il furbo Dubois interpretato da Cirillo, il linguaggio dell’insinuazione e dell’adulazione. Nella machiavellica confidenza che Dubois fa alla bella vedova Araminte restituita da Elena Sofia Ricci, le rivela che il suo padrone, il giovane Dorante, è innamoratissimo, pazzo, pazzo di lei. Il servo rappresenta il legame fra l’amore e il linguaggio e lo conferma: “Quando l’amore parla, è lui che comanda, e parlerà”. Il fatto però è che Marton, la cameriera di Araminte, è a sua volta tombée amoureuse, caduta innamorata, e di chi? Ma di Dorante ovviamente. Al servo sveglio corrisponde uno sciocco, Arlecchino; alla padrona si contrappone la cameriera; all’innamorato un promesso sposo, il Conte, titolato e danaroso, ovviamente sponsorizzato dalla madre di Araminte, la signora Argante che ha in odio Dorante. Adesso la commedia è pronta per l’éclat, che vuol dire lo splendore ma anche lo scoppio, dell’universo di Marivaux.
Per seguire la regia di Cirillo, il quale ha il ruolo che muove tutta l’azione, bisogna stare alla partita dell’inverosimiglianza e della verosimiglianza, dell’inganno e della verità: non un gioco di specchi ma un sistema circolare come la scena ruotante, una specie di enorme porta che si apre, si chiude e gira, mandando riflessi e bagliori illusori, ombre e chiarori fallaci sulle luci di Pasquale Mari. Si affacciano dalle semioscurità volti che forse entreranno in scena o passano velocemente nel buio e scrutano, origliano, vagano a volte come capitati per caso, perché anche i personaggi esistono nell’irrealtà delle cose e nei chiaroscuri della parola. Inganni visivi in parallelo ai miraggi della lingua, vagheggiamenti, sogni d’amore truffaldini. E quando Araminte apre l’astuccio contenente un ritratto – di chi? Di chi? Suo o di Marton? – la sorpresa e la verità ruoteranno con tutta la scenografia come le parole della malia amorosa nei cuori vibranti della cameriera e della padrona.
Splendente al pari della commedia è l’Araminte di Elena Sofia Ricci, la quale si mostra con una morbidezza da femmina e la rigidità di una signora, nell’apparenza di fermezza e nella speranza di abbandono, ch’è esattamente il personaggio, donna educata, così perbene ma nascostamente passionale, così segretamente romantica da dar l’impressione di non saperlo neppure lei. Quante cose può dire dell’animo muliebre la commedia di Marivaux; e anche d’un giovane maschio, di Dorante restituito da Giacomo Vigentini come un blocco marmoreo di rigore ed onestà ma tutto venato di passioni ed emozioni che anche nel suo caso vanno raffrenate nel solco di una dignità messa a repentaglio dalla complicità con Dubois intento alle sue macchinazioni. L’attore deve fare capire, e ci riesce, che in questa commedia, il famoso aforisma di Pascal è contraddetto perché stavolta il cuore ha le sue ragioni che la ragione conosce benissimo. Con l’astuto servo Dubois, Cirillo esprime pienamente la sua natura di attore italiano autenticamente all’italiana che intende il teatro come un’opera di magia, una finzione che dice una verità alla quale lo spettatore non deve credere ma cedere. La Marton di Giulia Trippetta vive d’una sensualità allegra, frivola, carnale epperò mai volgare e addobbata d’un sentimentalismo da fotoromanzo. È caratterialmente l’opposto della sua padrona e serve a dare per contrasto un senso e una ragione non soltanto sociali alla scelta del giovane innamorato.
I costumi di Gianluca Falaschi offrono un prezioso aiuto agli attori nel disegno dei personaggi. D’una comicità da caratterista la durezza nevrotica della signora Argante di Orietta Notari; impeccabile, nitido Rosario Giglio nella parte dello zio di Dorante, il Signor Remy; Francesco Petruzzelli è un Arlecchino che a quasi ogni passaggio in scena fa la ruota ad evocare acrobaticamente la circolarità della scenografia e dello spettacolo; Giacinto Palmarini è il Conte e ha proprio l’aria di un conte, non di un marchese, né di un duca o un principe. E questo non si spiega, è nell’abilità dell’attore lasciar credere d’essere precisamente quel qualcuno e non qualcun altro.
