“La sorella migliore” di Filippo Gili, regia di Francesco Frangipane. Con Michela Martini, Aurora Peres, Vanessa Scalera, Alessandro Tedeschi. Al Vascello di Roma

LA SORELLA MIGLIORE

Sotto il regno della sorellanza

Il titolo del dramma familiare scritto da Filippo Gili e diretto al Vascello di Roma da Francesco Frangipane è La sorella migliore. Sta agli spettatori chiedersi alla fine dello spettacolo qual è la migliore delle due sorelle, se Giulia, la maggiore, che ha voluto raggiungere il bene attraverso la severità o Alessandra, la cadetta, la quale invece tenta la strada della comprensione. Il quesito rimane aperto a una conversazione fra spettatori dopo la rappresentazione. E il discorso su uno spettacolo è importante quasi quanto lo spettacolo.
La storia è abbastanza complicata ma perfettamente comprensibile: Luca, interpretato da Alessandro Tedeschi è il fratello scapestrato che otto anni fa ha commesso un omicidio stradale alla guida della sua macchina sotto l’effetto della droga e ha ammazzato una signora. Ha preso undici anni di galera e quando lo spettacolo incomincia si trova ai domiciliari a casa di Alessandra, interpretata da Aurora Peres. Vanessa Scalera invece fa Giulia, avvocata penalista che ha difeso Luca. Ha scoperto che la povera defunta aveva una malattia e poco da vivere quindi adesso è intenzionata a chiedere la revisione del processo e uno sconto di pena. Ma le cose non stanno come appaiono. Da questo punto in poi qualsiasi altra rivelazione della trama è configurabile come sabotaggio del dramma, reato grave non punito dai codici ma dal galateo critico.
Si può però dire che il testo lavora su tre piani: giudiziario, necessario per sostenere la vicenda; morale perché il peso della colpa, e della condanna, viene ricalcolato sulla speranza di vita della defunta; familiare che è il motore dell’azione. Gili ha scritto una storia di fratelli e sorelle attraverso la quale ha mostrato come funzionano psicologicamente e caratterialmente i rapporti all’interno di un trio: una complessità relazionale interessante e drammaturgicamente ben costruita. Anche l’aspetto giudiziario viene portato avanti con l’efficacia di un buon legal thriller ed è lì che si cela il segreto del dramma.
Si precisano ulteriormente le dinamiche fra i tre personaggi quando arriva la madre, restituita da Michela Martini con una sobrietà generosa che sacrifica se stessa ma aiuta la regia a rendere chiaro un punto di vista. Si potrebbe anche sostenere che lo sguardo della genitrice sia il più giusto a spiegare il dramma: non è la storia di un condannato per omicidio stradale ma di un figlio dissennato che in quanto maschio è sempre stato privilegiato in casa e ha goduto dell’indulgenza familiare. È proprio la longanimità delle femmine ad avere fregato nella vita questo bambinone diventato grande. Il bambino stupidino una volta divenuto grosso stupidone commette guai seri. Il personaggio fa la figura di uno stolto di fronte all’astuzia di Giulia e alla sensibilità di Alessandra.
L’impostazione della messinscena è inevitabilmente naturalistica, forse pure oltre il necessario: gli attori a tavola mangiano davvero. Però per il tipo di recitazione praticato in scena, molto realista, non sembrano esserci alternative che non disturbino l’unità stilistica dello spettacolo. Quindi dissentire da scelte che riducono al massimo la teatralità della finzione significherebbe dare un giudizio di gusto (teatrale), in quanto tale di scarso valore, invece che di merito. Con una simile drammaturgia, la regia ha ragione e anzi, all’interno della cifra naturalistica, adotta soluzioni abili: mette il tavolo da pranzo non al centro della scena ma sul lato destro del palcoscenico (visto dalla sala), lontano dai divani che stanno a sinistra, in modo da dare agli attori molto spazio per il movimento e facilitarli a dispiegare i caratteri. Pessimo carattere quello dell’avvocatessa, una Giulia passionale, fumantina, di eloquio veloce e battuta pronta, molto ben governata da Vanessa Scalera nelle smodatezze dei toni e dei gesti ma anche nei silenzi, nelle pause, nelle controscene di un personaggio che non viene mai abbandonato dall’interprete. Dolce e misurata invece Alessandra, una quarantenne scienziata avvezza a guardare le cose con la calma di un’intelligenza che a un certo momento capisce tutto e non scade nel furore ma sale all’indignazione. Aurora Peres la costruisce come la detentrice in famiglia di un equilibrio e di un’etica lontani dal furore morale di Giulia e dall’irresponsabilità immatura di Luca. Il fratello restituito con mestiere rimarchevole da Tedeschi appartiene alla specie dei maschi di buona famiglia senz’arte né parte che vivono una stagione di spacconate e di irregolarità fintamente anticonformiste per poi ritrovarsi nei casi peggiori in galera, nei migliori in discoteca, penosi soggetti di mezz’età che credono di avere ancora vent’anni.
La regia che ha così ben facilitato il lavoro degli attori e impostato uno spettacolo pulito, chiaro, coerente, cade poi su dettagli. Non appesi ma solo appoggiati alla quinta di sinistra, ci sono dei quadri ma alla metà del pubblico sito sullo stesso lato non è dato di vederli per via dell’angolazione. L’altra metà invece non sa dello specchio a destra che riflette in parte gli attori creando un effetto naturalistico di appartamento. Bene o male, per quanto si possa spingere sul realismo teatrale, la scena non è una casa e la finzione può essere ridotta fino a un certo punto, oltre il quale cominciano le imprecisioni della messinscena.

Marcantonio Lucidi,
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