“L’angelo della storia”, spettacolo del collettivo di ricerca teatrale Sotterraneo. Allo Spazio Diamante di Roma

L'angelo della storia

Il cuore del teatro è un cuore nel pensiero

Buio. Non in sala, ché anzi la scena è assai illuminata e la luce bagna a bella posta anche la platea. Buio perché il lavoro del collettivo di ricerca teatrale Sotterraneo L’angelo della storia, in scena allo Spazio Diamante di Roma, è uno spettacolo senza speranza.
Prende le mosse dall’ultima opera di Walter Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia, da lui scritta nel 1940 prima di suicidarsi convinto che non l’avrebbe scampata al satana nazi-fascista. È un trattato breve, scritto di getto, composto da diciotto riflessioni sul concetto di storia (più due appendici). La nona parla di un quadro di Paul Klee (di cui Benjamin era grande amico) intitolato Angelus novus: “I suoi occhi sono fissi – scrive il filosofo – la bocca è aperta, le ali spiegate. Così ci si raffigura l’angelo della storia. Il suo volto è rivolto al passato. Laddove leggiamo una catena di eventi, lui vede un’unica catastrofe che continua ad accumulare rovine su rovine e le scaglia ai suoi piedi”. Questa è la descrizione dell’angelo di Klee che ispira Sotterraneo il cui spettacolo è teatralmente di ottima fattura. Uno studio qualitativamente alto sulla potenza espressiva del teatro e sulla sua capacità di riformulare scenicamente il pensiero astratto e la visione filosofica del mondo. Sotto questo aspetto, il gruppo si conferma ancora una volta uno dei più interessanti della scena italiana contemporanea. Scritto da Daniele Villa anche regista assieme agli attori Sara Bonaventura e Claudio Cirri in scena con Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, L’angelo della storia si struttura sincronicamente per sovrapposizioni di eventi storici. Ne hanno scelti una gran quantità: nel 1943 ad Auschwitz i nazisti decidono di rallegrare con delle piante l’edificio del forno crematorio di Auschwitz e a Roma la gappista Carla Capponi suona Chopin per nascondere i rumori delle riunioni di antifascisti in casa sua; nel 1284 dopo molteplici parti (documentati da scenette dello spettacolo) di neonati subito morti o deceduti in tenera età, Eleonora di Castiglia dà finalmente alla luce il futuro erede al trono d’Inghilterra, Edoardo II; nel 10.000 avanti Cristo gli uomini preistorici imprimono sulle pareti della cueva, la grotta, de las manos, rappresentazioni di mani; nel 1970 lo scrittore giapponese Yukio Mishima fa seppuku, il suicidio rituale nipponico e nel 1518 la popolazione di Strasburgo viene colpita dalla piaga del ballo, probabilmente una forma di isteria collettiva che durò un mese e coinvolse quattrocento persone, uccidendone molte per sfinimento.
Si va avanti così con morti, ammazzamenti, stragi, l’omicidio – suicidio collettivo nel 1978 in Guyana di novecento membri della setta fondata dal predicatore e criminale statunitense Jim Jones; il naufragio del Titanic nel 1912 mentre l’orchestra continua a suonare per scongiurare il panico sulla nave; il cancro ai polmoni di John Wayne diagnosticato nel 1964 e probabilmente legato alle riprese del film Il Conquistatore girato nel 1955 vicino a un sito di test nucleari in Utah; la terza guerra mondiale sventata nel 1983 dal tenente colonnello dell’armata rossa Stanislav Petrov che non premette il pulsante della fine del mondo  mentre i satelliti sovietici (disturbati dai riflessi del sole, si scoprì dopo) segnalavano erroneamente cinque missili americani con testate atomiche in arrivo sull’Urss. C’è di tutto nello spettacolo, anche episodi meno drammatici, almeno in apparenza: nel 1958 una spedizione sovietica colloca in Antartide una statua di Lenin rivolta verso Mosca che nel 1964 una spedizione americana rigirerà su Washington; oppure l’incredibile e triste storia del soldato giapponese Hiroo Onoda, mandato a combattere nella giungla dell’isola filippina di Lubang, che non si arrese fino al 1974, 29 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Nello spettacolo tutti questi eventi storici si intersecano, si sovrappongono, si allineano in scene appositamente costruite con estremo rigore compositivo secondo uno stile collettivo e corale della rappresentazione. Un teatro senza personaggi, una scena performativa di situazioni che necessita di nulla in termini di scenografia e di molto nell’espressione corporea, la voce, il movimento, il canto, quindi di attori impeccabili tecnicamente, per esempio quando imitano al microfono i vari strumenti di un’orchestra da ballo o quando lavorano coreograficamente su ripetizioni di gesti. Proprio dentro il loro mestiere di prim’ordine si sviluppa l’ironia, il sardonico sovente, che caratterizzano la loro rappresentazione del “sapiens”, come lo chiamano con sarcasmo.
La debolezza dello spettacolo non è di ordine teatrale ma metodologico e filosofico. Tutti gli eventi storici richiamati sono perfettamente sostituibili con altri. Nessuna ragione, né drammaturgica né filosofica e neppure meramente logico-dimostrativa è proposta per le scelte effettuate in luogo di innumeri possibili altre. Perché, per fare qualche semplice esempio, non si sono rievocate la colossale macelleria dei mongoli comandati da Hülagü Khan nel 1258 a Baghdad? O la carneficina di Stalingrado tra l’estate del ‘42 e il 2 febbraio del ’43? O ancora il massacro della notte di San Bartolomeo fra il 23 e il 24 agosto 1572? Al posto del seppuku di Mishima le coltellate a Giulio Cesare? Si potrebbe andare avanti così per l’intera disgraziata vicenda dei sapiens e la libertà di scelta è sacra ma lo spettacolo non rende manifesto nessun criterio. Il punto è che i fatti citati sembrano uniti non da una linea drammaturgica ma semplicemente dalla ferocia e dall’idiozia umane stesse, non sufficienti a formare un discorso sulla ferocia e l’idiozia umane in quanto l’oggetto della dimostrazione non può coincidere con la dimostrazione. In questo modo, lo spettacolo resta una successione di blocchi, exempla, di scene sulla scelleratezza irrimediabile dei sapiens che non affronta il problema più importante: la meschina irrimediabile scelleratezza dei sapiens. E qui nasce la questione della speranza. Walter Benjamin scrive le Tesi sulla filosofia della storia nei giorni più drammatici, e conclusivi, della sua vita, e nel momento peggiore della storia europea del Novecento. Da pochi mesi è stato firmato l’ignobile patto Molotov-Ribbentrop, dilaga l’inferno nazi-fascista, nella Francia sconfitta e umiliata sta per nascere a Vichy il governo collaborazionista del maresciallo Pétain. Ma a leggere le diciotto riflessioni del filosofo berlinese si nota, nel mezzo del buio e della catastrofe, qualcosa che è il cuore del pensiero critico ossia il cuore nel pensiero: la sapienza della speranza, la potenza dello spirito libero dal fenomeno. La speranza è il principio di funzionamento del divenire storico e l’affrancamento dalla meccanica della sopravvivenza, la speranza è l’opposizione alla macchina celibe della riproducibilità dei corpi. Un noto palindromo latino recita “In girum imus nocte et consumimur igni”, andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco. Palindromo in greco vuol dire “che corre all’indietro”, il pensiero invece è dialettico, sta dentro la Storia e al di sopra.

Marcantonio Lucidi,
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