“Improvvisamente l’estate scorsa” di Tennessee Williams, regia di Stefano Cordella. Con Laura Marinoni, Leda Kreider, Edoardo Ribatto. Alla Sala Umberto di Roma
L’inganno di un autore nell’inganno di un regista
“Il guaio con Tennessee Williams è che egli sa troppe cose di se stesso. Sa che è uno scrittore del Sud, sa che non è uno scrittore realista, sa che scrive bene e sa che le donne isteriche sono il suo forte. E poiché sa tutte queste cose e che adesso queste cose rendono parecchio in successo e reputazione, specialmente presso i suoi connazionali, egli ci dà dentro”.
Questo è l’incipit impeccabile di una recensione di Improvvisamente l’estate scorsa scritta quasi settant’anni fa da Sandro De Feo, bravissimo critico teatrale del passato. Infatti il cuore del dramma è il lungo monologo di una ragazza psicolabile, Catharine Holly, che racconta sotto l’influsso di un siero della verità di come suo cugino Sebastian, poeta e omosessuale, è stato trucidato l’estate scorsa a Cabeza de Lobo, in Galizia, da una congrega di sbandati con cui ha avuto commerci sessuali. Nell’allestimento diretto alla Sala Umberto da Stefano Cordella, Catharine è interpretata da Leda Kreider, attrice che lascia letteralmente a bocca aperta per come a un certo momento, obbligata dall’autore ancor prima che dalla regia, prende lo spettacolo sulle sue spalle e lo porta a compimento con una duttilità, un’energia, un senso del teatro e della recitazione, una comprensione di quanto il personaggio vive e dice che rendono tutto chiarissimo e profondo, intensamente drammatico e vero. Vero non nel senso di naturalistico ma di umano.
Il dramma di Williams inteso come azione è ridotto in effetti ai minimi termini: tutto è raccontato, tutto è avvenuto l’estate scorsa, prima che si aprisse il sipario. Il conflitto sta nei diversi interessi che i personaggi hanno rispetto al racconto e alla versione che ciascuno vuole sentire. Quindi lo scontro non è sui fatti ma sulla narrazione dei fatti, la qual cosa chiede attori bravissimi, altrimenti questa roba di Williams scadrebbe in sproloqui su un povero omosessuale che scriveva una poesia l’anno, aveva un rapporto morboso con la mamma e apparteneva a un ambiente di americani ricchi che frequentano i bei posti del Vecchio continente, Biarritz, Cannes, Venezia. Il mondo è pieno di gente di tale risma che nella maggioranza dei casi non merita certo un’opera teatrale, ma al massimo di finire come soggetto di conversazione al tavolo di un buon ristorante trendy di Beauchamp Place, a Londra, sugli americani che vengono a incanaglirsi in Europa. Però Williams, come notò De Feo, è uno che scrive bene e mette giù dialoghi che tirano lo spettatore dentro il dramma come una lunghina di cuoio il ronzino. E ci sa fare con le donne che presso di lui sono delle cavalle pazze, cosa che fa piacere alle signore e rassicura gli uomini sui loro pregiudizi. Anche Mrs Venable, la madre di Sebastian, è un soggetto particolare seppur comune nella high society, una sophisticated lady nevrastenica e cosmopolita, sicura della propria superiorità sociale e culturale. Laura Marinoni è perfettamente in parte, alterna altezze snobistiche e discese nel furore, siede su una sedia a rotelle come sul trono della regina d’Inghilterra e usa il bastone non come sostegno alla camminata, piuttosto come complemento all’atteggiamento padronale. Dopo la morte del figlio, Mrs Venable non sta bene ma si tratta di un’indisposizione da battaglia perché lei non vuole che venga fuori la storia del figlio gay. Ha promesso a una clinica psichiatrica un compenso di un milione di dollari per l’operazione di lobotomia di Catharine. Il dottor Cukrowicz, il cui cognome in polacco significa zucchero, fa il neurochirurgo e siccome non è convinto della situazione, intende vederci chiaro. Così il dramma diventa una storia di parenti serpenti e un apologo sulla verità e l’ipocrisia che poi sono le ragioni per le quali Williams può permettere di tenere il protagonista della vicenda, che sarebbe Sebastian, lontano dal palcoscenico, avendolo fatto fuori dal copione l’estate scorsa. Quindi se la protagonista è diventata Catharine e l’antagonista è la perfida Mrs Venable, il dottore – che all’apparenza sarebbe un comprimario – è in effetti il protagonista maschile e muove l’azione, ossia induce la ragazza a dire la verità. Edoardo Ribatto interpreta Zucchero proprio come la zolletta che affonda nel tè e che lentamente vi si discioglie cambiandone il sapore e, fuor di metafora, modificando il senso dell’intero dramma: non più volto a un finale tragico, ossia dalla vita alla morte, ma al contrario dalla morte alla vita. Ribatto ha un modo delicato di interpretare il personaggio, sul filo dell’understatement. Quindi, appena si fanno leggermente più decisi, i suoi toni ottengono subito un effetto rimarchevole; e l’unico scatto autoritario, quasi nervoso, in tutta la rappresentazione assume una forza sufficiente a far capire al pubblico che senza ombra di dubbio si è arrivati a un punto di discrimine. Da questo momento il dramma cambia passo.
Catharine ha avuto in eredità da Sebastian cinquantamila dollari. Suo fratello George ha ricevuto una somma uguale e ha paura che la zia gliela tolga mediante uno stuolo di avvocati ben remunerati, se la sorella insisterà con la sua orrenda verità. Il ruolo di George è di Ion Donà che riempie il personaggio d’una meschinità, d’una avidità che lo rendono a bella posta un villain da operetta rispetto alla maestosa cattiveria di Mrs Venable, autorizzata a questo punto al più aspro classismo nei confronti suoi e della madre, Mrs Holly, interpretata da Elena Callegari. Solo apparentemente minore è il ruolo della signora Holly, last but not least: Williams le ha affidato battute che perfezionano il rapporto fra lei e i suoi due figli da una parte e la madre di Sebastian dall’altra. Ossia fra i due rami di una famiglia certamente infernale ma non più di tante altre, che meriterebbe al massimo un po’ di conversari nel solito ristorante di Beauchamp Place e che solo la penna astuta di Tennessee Williams rende degna di un palcoscenico. E se un testo simile ha bisogno di interpreti molto bravi per reggersi teatralmente, anche la regia deve avere mano abile assai e ingannevole. Stefano Cordella fa in modo che lo spettatore beva tutta la vicenda senza pensarci, senza pesarla, gli porge il dramma leggero e importante quando potrebbe apparire al contrario pesante e inutile. D’altronde gli spettatori di teatro pagano il biglietto non solo per vedere uno spettacolo ma soprattutto per essere ingannati. Una regia estetica e al contempo funzionale, ben servita dalle scene di Guido Buganza che sotto a un intrico vegetale, una specie di giungla, mette una macchina scassata. Scassata come i personaggi, i loro caratteri, le loro menti. E forse anche come il sogno americano. Costumi di Ilaria Ariemme. Luci perfette di Marzio Picchetti.
