“Le serve” di Jean Genet, regia e adattamento di Veronica Cruciani. Con Beatrice Vecchione, Matilde Vigna ed Eva Robin’s. Allo Spazio Diamante di Roma

Le serve

Gli specchi accecanti della razza padrona

Erede dei grandi maledetti che onorano la poesia francese – Villon, Lautréamont, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud – e malvivente dedito al furto, marchettaro, spacciatore di banconote false, frequentatore assiduo di galere, il poeta, romanziere e drammaturgo Jean Genet andò negli anni Trenta a fare un giro a Berlino. Si sentì a disagio nella Germania di Hitler: “È un popolo di ladri – scrive nella sua autobiografia, Journal du voleur – se rubo qui, non compio nessuna azione particolare che mi auti a realizzare me stesso: obbedisco all’ordine abituale. Non lo distruggo”. Delinquere senza etica è una volgarità da lestofanti, non un atto di rivolta. Non ci sono molti artisti in cui l’arte e la vita coincidono così strettamente come in Genet, l’omosessuale, il reietto.
Il dramma più famoso del francese, Les bonnes (Le serve), scritto nel 1947, allestito da Veronica Cruciani allo Spazio Diamante di Roma, è forse tratto dal famoso caso delle sorelle Papin, due domestiche che negli anni Trenta massacrarono la loro padrona e sua figlia. Genet ha sempre negato di essersi ispirato a questo fatto di cronaca nera ma qui mette in scena due sorelle che fanno lo stesso lavoro delle Papin e di sua madre Gabrielle Genet, la quale lo abbandonò ancora in fasce. La questione materna sarebbe già una prima traccia riguardo il trattamento che Genet riserva a queste due proletarie invidiose fino al crimine della fortuna e della bellezza di cui gode la loro padrona, Madame. Genet pratica un teatro di protesta talmente radicale da compiere il giro dell’intera società fino ad arrivare con Le serve ad attaccare e demolire la classe subalterna, il ceto dei servi, con un atteggiamento persino reazionario, senza nessuna giustificazione di ordine sociale. Le due cameriere sono peggiori della loro signora, i poveri sono più ignobili dei ricchi. Ma vi è un’altra traccia che può orientare lo spettatore intenzionato ad addentrarsi nella struttura del dramma. Genet racconta nel Journal un episodio che vedeva protagonista un uomo da lui molto ammirato, un noto spacciatore di droga serbo, prosseneta e tombeur de femmes. Si chiama Stilitano, è rimasto intrappolato dentro uno di quei labirinti di specchi e di vetri che consentivano anche di vedere dall’esterno e che divertivano le folle delle fiere. “Stilitano era solo – scrive – Tutti ne erano venuti fuori tranne lui. Stranamente l’universo si velò. L’ombra che improvvisamente ricoprì cose e persone era l’ombra della mia solitudine davanti a quella disperazione poiché, non potendone più di gridare, sbattere contro i vetri, rassegnato ad essere lo zimbello dei curiosi, Stilitano si era accovacciato, segnalando così che si rifiutava di continuare”. Le due cameriere e sorelle, Solange e Claire, sono nel dramma di Genet perse nel labirinto. Gli specchi sono le loro fantasie e rivendicazioni che rimandano il riflesso deformato della realtà; i vetri la rabbia, il rancore, contro i quali sbattono. Cruciani le tratta più o meno allo stesso modo, come due mosche impazzite dentro un bicchiere rovesciato, di cristallo luccicante da accecarne l’anima perché la stanza dove consumano i loro deliri sembra la boutique di un couturier alla moda con degli armadi illuminati dall’interno pieni di vestiti, guanti, borse. In effetti si tratta di flightcase, i grandi contenitori in vetroresina laminata con rinforzi in acciaio per il trasporto di materiale tecnico utilizzati dalle produzioni cinematografiche, televisive e teatrali. Quest’idea scenografica firmata da Paola Villani, al posto della stanza ammobiliata Luigi XV indicata nell’originale, aiuta Cruciani a precisare una linea registica del tutto coerente con il testo di Genet. Claire e Solange recitano a turno la parte di Madame e della cameriera “cambiando lentamente atteggiamento, dall’adorazione al servilismo, dagli insulti alla violenza – scrive la regista – La rivolta delle serve contro la padrona non è un gesto sociale, un’azione rivoluzionaria, è un rituale. Questo rituale è l’incarnazione della frustrazione, l’azione di uccidere l’oggetto amato ed invidiato non potrà essere portata a compimento nella vita di tutti i giorni, viene ripetuta all’infinito come un gioco”. Questo è proprio in asse con Genet e descrive ciò che lo spettacolo effettivamente restituisce. La recita delle due cameriere è dal punto di vista simbolico il rituale di una danza di morte e sotto l’aspetto drammaturgico un teatro nel teatro, più precisamente una commedia nel dramma. I personaggi non sono caratteri né psicologie ma simboli. Lo conferma l’autore stesso che scrive di aver voluto “fare apparire i personaggi sulla scena come metafore di ciò che debbono rappresentare”. Rappresentano i riflessi di un labirinto di specchi che rimandano immagini e prospettive distorte della realtà amata e odiata dalle due serve, disprezzata e agognata, ossia la classe dominante. Le sorelle hanno scritto lettere anonime per mandare in galera l’amante di Madame e progettano di uccidere la padrona stessa. Ma il gioco illusionistico deforma anche la realtà delle protagoniste, ossia la loro condizione servile, finanche la loro identità. I nomi delle due demoniache domestiche non sono trovati a caso: Solange viene dal latino solemnis, solenne, ma qui importa soprattutto che in francese suoni “angelo del sole”, mentre la scelta di Claire, Chiara, si spiega da sola. Chiamarle così è paradossale, ovviamente, e offre alle interpreti Beatrice Vecchione (Claire) e Matilde Vigna (Solange) uno specchio deformante – cos’altro sennò? – in cui guardare i personaggi. Le due attrici hanno la forza, il mestiere e l’arte per fare ruoli così difficili e servono – in senso interpretativo – una regia perfettamente consapevole della complessità di un dramma e soprattutto di un autore al quale Jean-Paul Sartre dedicò un intero saggio con un titolo, Santo Genet, commediante e martire, in cui le parole che molto suggeriscono sono naturalmente “santo” e “martire”. Le due attrici non perdono mai il controllo dei rispettivi personaggi, simili e al contempo differenti, e neppure ne mancano le ombre, i mutamenti repentini, i delicati passaggi dai miraggi della commedia che recitano alla durezza insopportabile della loro condizione. La regia le protegge anche mediante l’adattamento dell’originale pienamente giustificato dallo stile e dalle conseguenti esigenze della messinscena.
Madame è interpretata da Eva Robin’s, scelta solo in apparenza come richiamo. Aiutata da uno splendido tailleur-pantalone con gonna overlay carta da zucchero (costumi di Erika Carretta), la signora Robin’s dimostra di avere un atteggiamento adatto al ruolo. Lo interpreta con un’albagia dispotica che sottende l’ironia, un buon modo di disegnare il personaggio come se fosse uscito dallo specchio, nitido e al contempo intangibile. Non si sentono nella sua interpretazione le caratteristiche principali della razza padrona quando tratta il servidorame: l’innata spietatezza e l’inconsapevole feroce superiorità della condiscendenza. Ma forse neanche Genet, aduso alla violenza dell’autorità, avrebbe saputo restituire i più profondi e istintivi automatismi che muovono la crudeltà e la falsa confidenza di una signora.

Marcantonio Lucidi,
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