“Riccardo III” di William Shakespeare, regia di Andrea Chiodi. Con Maria Paiato nel ruolo del titolo. All’Argentina di Roma

Riccardo III

Dodici attori, una sola interprete

Sulla scena dell’Argentina di Roma c’è soltanto lei, Maria Paiato, en travesti nel ruolo del titolo, Riccardo III; e quando non c’è lei, perché Shakespeare ogni tanto fa uscire il protagonista, la compagnia cade in una specie di vuoto recitativo e si spera che la prim’attrice rientri il più presto possibile. Almeno si vede un po’ di teatro.
In quasi tre ore di rappresentazione, la regia di Andrea Chiodi offre due idee: sospendere a mezz’altezza un feretro – non è la bara dello spettacolo – che nel finale si aprirà per lasciar cadere una gragnuola di soldatini a simboleggiare la battaglia di Bosworth Field (storicamente avvenuta nel 1485); la seconda è di tenere quanto più possibile gli altri attori a buona distanza dalla Paiato in modo da metterle a disposizione praticamente tutto il palcoscenico e permetterle di fare quello che vuole. Il regista allora può abbondare e offrire alla platea nientepopodimeno che due spettacoli in contemporanea stilisticamente e tecnicamente diversi come pere e melograni nella stessa cesta: da una parte la prova della compagnia, molto al di sotto del livello che ci si aspetta da una coproduzione di levatura nazionale per l’allestimento di una delle maggiori opere di Shakespeare; dall’altra l’ottima interpretazione della solista impegnata in una parte che nell’originale è di 8800 parole, la più estesa scritta da Shakespeare dopo Amleto. Per quanto la riduttrice e adattatrice Angela Dematté abbia tagliato e ridotto a dodici gli oltre quaranta personaggi più i fantasmi e la folla varia di gentiluomini e cittadini dell’opera integrale, il ruolo del titolo ha da rimanere enorme, altrimenti non sarebbe più Riccardo III ma il Riccardino di Mario Marenco.
Tuttavia bisogna ammettere che fra Maria Paiato e il collettivo un legame corre, ed è la scenografia di Guido Buganza, anche questa generata dall’ideona di un lungo tavolo bianco sul quale gli attori ogni tre per due salgono per poi scendere o dal quale scendono per poi salire. Fine della scenografia, catafalco compreso. Va però detto che in giro stanno sparse delle sedie, anch’esse bianche. Si tratta di elementi fondamentali della regia: ogni volta che un personaggio muore, e questa è una tragedia piena di ammazzamenti, l’attore che lo recita prende una sedia e se la trascina in quinta. È cosa da esercizio di laboratorio teatrale. Forse serve a far capire all’esimio pubblico che al desco della rappresentazione il soggetto non ci sarà più.
Qualcuno stona le battute, qualcuna dovrebbe mostrare un po’ di sex-appeal e ha la sensualità della statua di Garibaldi al Gianicolo, altri stanno a loro agio nel personaggio come il baccalà alla vigilia di Natale, tutti dicono le battute, i migliori senza infamia e senza lode. I costumi di Ilaria Ariemme unificano il gruppo e lo trasformano – l’effetto è molto divertente quando gli attori sono schierati per i saluti – nella compagnia dell’Anello di Tolkien. Ecco Frodo, Sam e pure Legolas. Fra i colori degli abiti primeggiano le tonalità del viola, il lilla, il prugna. Dev’essere una sfida alla sorte dell’allestimento: mettere a teatro il viola è come chiedere in aereo di volare seduti su una poltrona della fila 17. D’altronde, non si può che trovarsi d’accordo con Eduardo: “Essere superstiziosi è da ignoranti ma non esserlo porta male”.
Per fortuna, la Paiato deve sempre rientrare presto in scena. Allora si guarda solo lei, notoriamente una grande attrice. Il testo shakespeariano è una dimostrazione di come la finzione teatrale si sostanzi nell’inganno della parola. L’interprete appoggia le battute soprattutto sui verbi e i sostantivi, assai meno sugli aggettivi. Quindi è teatro, non letteratura, perché la Paiato esprime l’azione e nomina le cose, non le descrive. Inoltre il suo Riccardo non è mai tragico ma sempre feroce e sarcastico. Tragico è il destino del personaggio, non il personaggio. Infatti l’attrice lo fa zoppo, ingobbito ma non fisicamente mostruoso, lo restituisce maligno, ghignante, ma non deforme. La scelta di non stabilire la consueta relazione fra la malformazione del corpo e la malvagità dello spirito, la bruttezza e l’infamia, ottiene come risultato l’assenza di retorica.
È vero che Riccardo III più che un conflitto rappresenta in primis un’indagine sul personaggio, sulla sua mente, esattamente ciò che caratterizza la prova della Paiato, ma offre anche lo studio di un palazzo del potere e degli altri soggetti che lo frequentano. Clarence, fratello di Riccardo, e il duca di Buckingham, complice del sanguinario zoppo, sono figure molto interessanti generate da un genio così come, per citare altri esempi, le quattro principali figure femminili: Anne Neville e la duchessa di York (la nuora e la madre del protagonista), le due regine Margherita ed Elisabetta. Ma salvo Riccardo, in scena non c’è nessun personaggio, solo delle persone che dicono le battute.

Marcantonio Lucidi,
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