“Don Giovanni”, da Molière, Da Ponte e Mozart, uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Arturo Cirillo. Con Giacomo Vigentini e Giulia Trippetta. Alla Sala Umberto di Roma
La gioia malinconica dell’attore all’italiana
Il Don Giovanni di Arturo Cirillo in scena alla Sala Umberto è un programma estetico e poetico antinaturalistico di teatro all’italiana. È un modo di interpretazione della realtà di cui i nostri artisti, unici al mondo, possiedono il segreto se non fossero spaventati dall’infrazione ai codici imposti dal naturalismo americano. Quello che sta combinando il gangster Donald Trump con la sua banda di criminali, rappresenta in campo culturale l’occasione per una revisione della sudditanza al colonialismo statunitense, senza buttare via il buono, anzi l’ottimo venuto negli anni da oltreatlantico. Tenendo però conto del fatto che come il fascismo, diversamente dal blateramento giustificatorio del Croce, non è stato una parentesi nella storia italiana – “un’invasione di Hyksos, che un bel giorno se ne vanno, e il popolo egiziano resta quello che era prima” – così il trumpismo è un portato del carattere americano e, per parafrasare Gobetti, fa parte dell’autobiografia della nazione.
Sotto questo punto di vista, Il teatro di Cirillo rappresenta nell’attuale momento storico, un fatto di resistenza culturale e politica, un atto di rivolta, una rivendicazione di unicità, di grandezza, della tradizione italiana. Il punto non è descrivere il mondo ma meravigliarsene, osservare il reale non in quanto contenitore del possibile ma nascondiglio dell’improbabile, quindi non di ciò che si vede ma di ciò che si intravvede. Per la messinscena da lui stesso diretta, Cirillo trae il Don Giovanni da Molière e dal libretto per Mozart di Lorenzo Da Ponte; in effetti è un suo Don Giovanni, ch’egli interpreta come lo spirito selvaggio della vita nella sua corsa verso la morte. Il libertino sconvolge l’ordine (divino e sociale), l’attore all’italiana scompiglia la regola del recitare beneducato adatto a un qualunque Mattia Pascal. Si permette perfino certe istrionerie scostumate e ribelli più d’una pernacchia al matrimonio del capo della polizia perché lo sanno tutti i Proietti non protetti che si proiettano in piroette: “Ci sono dei momenti nella vita, quei momenti che sono dei momenti che te li lasci scappare quei momenti, senza far niente, niente, niente”. Invece chi al pari di Cirillo non è solo un Petrolini di giornata qualcosa deve fare, deve fare Don Giovanni per il sollazzo di sé e del pubblico se non vuole essere soltanto un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino. Inutile che Sganarello, di nome Leporello in Mozart e Catalinón in Tirso de Molina primo autore nel 1616 del burlador di Siviglia, dello sciupator di femmine, inutile che faccia il grillo parlante, il Sancio Panza o Bagheera – la Ragione, il Buon Senso, la Temperanza, il Tepore – perché la vita sta tutta dentro Pinocchio, Don Chisciotte e l’orso Baloo. Allora quando il convitato trascina Don Giovanni all’inferno per le lussurie, le colpe, le fallacie commesse, sia la terra ai tristi commendatori pesante come uomini di pietra.
Quando si sta in scena ammiccante, baroccheggiante, rutilante, è d’obbligo il talento onde scansare lo stufoso precipitare dello spettatore in un barile di melassa recitativa. Cirillo è tutto gioco, poi d’improvviso si vela d’una melancolia ch’è l’ombra nera della luce vitale troppo forte; è tutto attore dietro al quale spunta il poeta, ch’è l’uomo di vista troppo acuta. Questo è l’artista di teatro all’italiana.
La morale di Sganarello non è kantiana, non è il comando della ragione interiore, piuttosto un farmaco per lenire il dolore della profondità che invece l’ingannatore inganna con il catalogo, con la ripetizione. La ripetizione è l’espediente apotropaico dei bambini per esorcizzare il mondo. Sta Giacomo Vigentini nel suo Sganarello come un disperato in un palazzo in fiamme – il palazzo della mente di Don Giovanni – e cerca di spegnere l’incendio con parole così ben dette, con toni così convincenti e pressanti fra il presentimento e il presumibile, che però valgono quanto bicchieri d’acqua su un tetto in fiamme. La ferocia dell’innamorata Donna Elvira è nell’interprete Giulia Trippetta l’espressione d’una femminilità senza scampo di donna che odia Don Giovanni perché è una canaglia e lo ama perché la canaglia tale resta. E il signor Quaresima che si presenta a batter cassa dall’impenitente debitore? Un turlupinato a cui l’attore Rosario Giglio fa perdere la testa dentro la cucina di locuzioni del dissoluto che spadella i maccheroni all’intingolo di cortesie delle circonvoluzioni dialettiche e gli involtini delle astuzie verbali farciti di lusinghe. Giglio fa anche il Commendatore e Don Luigi perché in questa compagnia di teatro all’italiana i doppi e tripli ruoli son mestiere dell’arte: Francesco Petruzzelli fa Don Ottavio, Masetto e Ragotino (più un povero); Irene Ciani è Donna Anna e Zerlina. Scene mobili e neoclassiche di Dario Gessati con terrazza, scalinate, statue, per il barocco burlador de Sevilla.
