“Gli innamorati” di Carlo Goldoni, con Valentina Carli, Leone Tarchiani e Claudio Casadio diretti da Roberto Valerio. Al Quirino di Roma

Gli innamorati

Un paio di anfibi non fanno la modernità

Lo stesso Carlo Goldoni dice nella presentazione dei suoi tre atti intitolati Gli innamorati, commedia sulla gelosia del 1759, che s’ha da ridere di Eugenia e Fulgenzio. Scrive l’autore con la scienza teatrale che lo caratterizza: “Per maggiormente spiegare il carattere de’ veri amanti, affascinati dalla passione,  convien che sien leggieri, fantastici e quasi irragionevoli i motivi de’ gelosi sospetti, e ciò per rendere vieppiù ridicola una debolezza che inquieta il Mondo, e arriva a far impazzire chi a tempo non sa guardarsene, o moderarla. Darsi de’ pugni pel capo, stracciarsi le vesti, minacciare la propria vita sono galanterie di questo gentile amore”.
Le violente litigate fra Eugenia e Fulgenzio sono galanterie e sarebbe buona cosa che si sentisse, sotto le sfuriate, il Goldoni che ride di questi due innamorati e delle loro “Pazzie, pazzie”, così le definisce. Se invece dell’ironia, sotto si mette una musica tragica (di Paolo Coletta), vien da malignare sull’ipotesi che il regista Roberto Valerio abbia preso sul serio una commedia che è uno studio di caratteri e che ha per funzione di castigare ridendo mores. Lo afferma lo stesso Valerio riprendendo nelle sue note di regia una frase dell’autore di shakespeariana ispirazione: “Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’io vi presento; ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi”.
Donne e uomini in battibecchi, anche quelli che per amor si fan becchi senza pudor, per teatri sempre li becchi. E quanti nella letteratura che, come si sa, è arte che a volte prende troppo sul serio la vita e uccide Anna Karenina gelosissima del conte Aleksej Vronskij. Sicché i due attori, Valentina Carli e Leone Tarchiani – rispettivamente Eugenia e Fulgenzio – sdrucciolano verso un tragico che non c’è, soprattutto lei, perché lui per certe sue isterie ancora tiene un piede nel grottesco, ch’è la zona della risata contigua al ridicolo nel quale Goldoni intende infilare i due innamorati. La canzonatura è spostata sul vecchio zio della fanciulla, Fabrizio, che la fissazione per l’arte ha portato a dilapidare le ricchezze di famiglia in falsi pagati a caro prezzo. Qui un po’ di divertimento c’è perché lo scenografo Guido Fiorato ha piazzato in scena dei veri orrori come un enorme struzzo rosa, un altrettanto grande gallo blu e un sarcofago che lo zio presenta con soddisfazione come quello di Cleopatra, il quale, come tutti sanno, ancora oggi non è stato trovato. Fabrizio tira fuori anche una tela interamente dipinta di blu (“sinfonia del blu”) e una intonsa spiegando che è una “sinfonia del bianco”. Regista e scenografo prendono in giro l’arte moderna, e bene fanno, però bisogna fare attenzione alle burle sulla pittura perché uno dei più importanti artisti del Novecento, Kazimir Severinovič Malevič, dipinse nel 1918 Quadrato bianco su fondo bianco. Quel quadro non era un giochino, uno scherzo o una truffa: “Sono uscito dal bianco – scriveva Malevič – sono approdato al bianco e sono giunto nell’abisso, qui è il suprematismo. Ho messo tutti i colori nel sacco e ci ho fatto un nodo: ecco il libero abisso bianco, l’infinito, sono davanti a noi”.
Fabrizio è interpretato da Claudio Casadio che ne fa una macchietta, un po’ ferma in verità. Trovato un tono e un atteggiamento (e un vestito) che ricordano Philippe Daverio (bravissimo ed eccentrico storico dell’arte scomparso purtroppo nel 2020), a quelli l’attore s’attiene durante l’intera sua prova. Si ride una volta, la seconda si sorride, la terza si pensa alla pizzeria dopo il teatro. Loredana Giordano fa la sorella maggiore di Eugenia, Flamminia, personaggio importante nell’economia della commedia perché fin dalla prima scena s’oppone fermamente alle nevrastenie dell’innamorata: “Non posso sofferir quella maniera aspra, litigiosa, indiscreta, con cui solete trattare il signor Fulgenzio. Egli è innamorato di voi perdutamente; si vede, si conosce che spasima, che vi adora, e voi non cercate che d’inquietarlo, e corrispondergli con mala grazia”. Vedova e saggia, Flamminia non solo risolverà il finale, ma rappresenta il controtempo di tutta la commedia, interviene quando le cose volgono al peggio, consente all’azione e a Goldoni di avanzare senza annoiare. Riguardo l’interpretazione della signora Giordano, ciò di cui è gentile non parlare è bene tacere. A Maria Lauria la parte della cameriera Lisetta, Lorenzo Carpinelli fa il gentiluomo Roberto, Alberto Gandolfo lavora nel doppio ruolo di Ridolfo, amico di Fabrizio e di Clorinda, cognata di Fulgenzio.
Il frigorifero in scena, le cuffiette alle orecchie di Eugenia calzata di anfibi e i costumi contemporanei degli attori non costituiscono una polizza delle Assicurazioni Generali di Venezia sulla modernizzazione di Goldoni (il quale è senza tempo) mediante una modernità della messinscena. La scena più attuale dello spettacolo è offerta dal bravo Damiano Spitalieri nei panni, anzi nella corpulenza crapulona del servitore Tognino che con le mani s’abboffa di spaghetti come nella scena di Totò in Miseria e nobiltà. Il film data del 1954 ma la civiltà gastrica è di oggi e ha trasformato Venezia, ma anche i centri di Roma, di Firenze, Napoli, in un interminabile trogolo per turisti.

Marcantonio Lucidi,
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