“Chi ha ucciso mio padre” di Édouard Louis, regia di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini. Con Francesco Alberici. Al teatro Basilica di Roma

Chi ha ucciso mio padre

Il gallocentrismo e l’omosessualità

L’enfant prodige delle lettere francesi, Édouard Louis, che a 21 anni nel 2014 pubblicò il romanzo autobiografico En finir avec Eddy Bellegueule (titolo italiano mediocre: Il caso Eddy Bellegueule), best-seller di cui molto si parlò, è diventato grande. Nel frattempo, ha scritto saggi e altri romanzi, en passant ha sostenuto qualche fesseria: “In Francia, «intellettuale di destra» resta un ossimoro, o meglio: una impossibilità” (Le Monde, 27-28 settembre 2015). Ipotizzando per gioco che una tale proposizione sia vera, non si capisce perché sarebbe valida solo in Francia. Si tratta di gallocentrismo e riguarda anche il monologo interpretato da Francesco Alberici diretto da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini al teatro Basilica di Roma in Chi ha ucciso mio padre, tratto dall’omonimo romanzo di Louis pubblicato nel 2018. Testo anch’esso autobiografico, ambientato in un contesto sociale operaio molto degradato e tipicamente francese della Piccardia, regione a nord di Parigi impoverita da una grave deindustrializzazione. L’autore parla del genitore reso invalido da un incidente sul lavoro, costretto a fare lo spazzino con la schiena rotta, vittima delle politiche contro le classi subalterne, gli svantaggiati, la povera gente. La storia del corpo paterno distrutto, arrivato troppo presto alla fine della vita, testimonia la storia politica degli ultimi decenni. Il titolo non è un interrogativo ma un’accusa alla classe dominante, agli alti dirigenti di Stato e ai politici come l’ex ministro della Sanità Xavier Bertrand che hanno smontato il welfare, scardinato la previdenza sociale, abbassato le tasse ai ricchi. Le decisioni dei governanti hanno poca incidenza sulle vite della classe egemone ma devastano il ceto popolare. Verso la fine del monologo, Louis fa i nomi dei presidenti della Repubblica secondo lui responsabili della distruzione del corpo di suo padre: Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy, François Hollande, Emmanuel Macron. Tutti i successori di François Mitterrand.
Questa parte finale è la più interessante del monologo ma prima di arrivarci bisogna attraversare una lunga geremiade contro il padre, anche lui colpevole: un violento che odia gli arabi, le donne e gli effeminati quindi ovviamente incapace di accettare l’omosessualità del figlio. Sul giovane gay – ossia su se stesso protagonista anche del suo primo romanzo – e sul marchio d’infamia che subisce, Louis apparecchia una unicità della sofferenza, un’eccezionalità del dolore che fa un po’ pena di fronte alle immani tragedie che accadono nel mondo in questi disgraziati anni. Non solo le guerre ma i femminicidi (anche in Francia), le torture, i genocidi, le stragi di bambini. Il teatro non è uno spazio neutro avulso dal suo tempo, una parentesi senza legame sintattico con il discorso collettivo sullo stato delle cose nella società. I rapporti fra un figlio e un padre incavolato con lui per la sua effeminatezza, raccontati come se all’omosessualità andasse riconosciuto uno statuto speciale della sofferenza finisce per essere controproducente. E il testo essendo autobiografico, autorizza ad andare a vedere la biografia dell’autore: Édouard Louis ha potuto studiare all’esclusivissima École normale supérieure de la rue d’Ulm di Parigi, la più prestigiosa, dove si forma proprio l’esageratamente classista élite che lui stesso mette alla berlina. Quindi al figlio del disgraziato perdente, nullatenente provinciale schiacciato dal potere, l’iniqua società francese ha offerto la possibilità – prevista oltralpe come fondamento di un sistema di parità delle chance iniziali – di accedere alla capitale e al potere, per giunta quello intellettuale, forse il più esclusivo e superbo in Francia. Non c’è niente da fare, il sogno dei proletari non è liberté, égalité, fraternité, ma diventare borghesi, se possibile alto-borghesi. E a Parigi, entrare nella République des lettres. Con i francesi bisogna stare attenti, sono i più astuti al mondo a vendere la loro produzione culturale.
In scena Francesco Alberici dimostra preparazione tecnica ma è fuori ruolo nella parte del figlio quanto un letterato rive gauche travestito da minatore del Nord-Pas-de-Calais, al confine con la Piccardia.

Marcantonio Lucidi,
Stampa Stampa

I commenti sono chiusi.