“Jackie” di Elfriede Jelinek, con Patrizia Bellucci diretta da Luca Gaeta. Al teatro Off Off di Roma

Jackie

La macchina feroce del linguaggio

Di una scrittrice di lingua tedesca molto importante, criticata, elogiata, ammirata, detestata, l’austriaca Elfriede Jelinek, premio Nobel 2004, è in scena al teatro Off Off di Roma un monologo complesso che contiene alcuni dei temi affrontati dall’autrice nel corso della sua vasta produzione letteraria e teatrale incominciata nei primi anni Settanta: il capitalismo, il potere, la questione femminile.
Jackie, interpretazione di Patrizia Bellucci diretta da Luca Gaeta, parrebbe anche per via del titolo uno spettacolo glamour su una donna che la fama pubblica colloca in via esclusiva nel mondo fastoso della high-society. Ricchezza e mondanità, cosmopolitismo e night-club, Manhattan e Capri. Una favola proiettata d’improvviso nella grande Storia dalla tragedia di Dallas. Su un televisore scenografato, la scena di Jacqueline che dopo il colpo di fucile si precipita sul cofano posteriore della limousine decapottabile per tentare di recuperare pezzi di cranio e di cervello di suo marito John Kennedy torna varie volte durante la rappresentazione assieme al rumore dello sparo. L’attrice davanti a un sarcofago trasparente porta il tailleur Chanel rosa con giacca a doppiopetto, sei bottoni dorati e gonna al ginocchio che Jackie indossava quel 22 novembre 1963. È macchiato di sangue. Alla sua destra, un crocifisso anch’esso trasparente segna la tomba dei suoi figli, Arabella nata morta nel 1956, Patrick prematuro spentosi due giorni dopo il parto e tre mesi prima di Dallas, John jr. scomparso nel 1999 a 38 anni in un incidente aereo a bordo del suo Piper. Nel treno dei morti Kennedy, c’è anche il cognato Bob, ucciso come il fratello presidente in un attentato a Los Angeles il 5 giugno 1968.
Tutto questo viene raccontato nel corso del monologo ma ciò che interessa Jelinek non è la biografia di Jacqueline nata Bouvier, sposata Kennedy, risposata Onassis, ma il rapporto fra la donna e il potere, il conflitto fra la persona e la notorietà, lo scontro fra l’algido corpo upper class della first lady e il radioso curvilineo sex-appeal di Marilyn Monroe. The blonde bombshell, la bomba bionda, è restituita dalla danzatrice Nives Arena che appare sulla scena come una fatamorgana anni Cinquanta vestita del famoso abito color avorio che in Quando la moglie è in vacanza viene sollevato dallo sbuffo della metropolitana. Marilyn si sdraia nel sarcofago trasparente, anche lei come Jackie cannibalizzata dal crudele consumismo americano ingordo di divinità. Jacqueline parla delle droghe che ha preso, della morte che la attornia ad ogni momento della sua vita, del marito che le avrebbe trasmesso una malattia sessuale, la clamidia, che uccise sul nascere Arabella e Patrick. Camelot, il regno perfetto dei Kennedy, è un eden di fuoco circondato dall’inferno.
Jelinek, che nasce musicista, aspetto fondamentale della sua personalità artistica, ha pensato il monologo come un flusso di coscienza e l’originale tedesco è pieno di giochi di parole feroci e battute sarcastiche non riproponibili in italiano, per quanto il traduttore delle sue opere, Luigi Reitani, abbia evidentemente messo il massimo impegno in un lavoro di difficoltà quasi insormontabile. Il protagonista del monologo è il linguaggio stesso, caratteristica di un’autrice che molto più di altri scrittori andrebbe letta e rappresentata in originale. Jelinek indica come suoi punti di riferimento Karl Kraus, Ludwig Wittgenstein e Fritz Mauthner, ossia la grande cultura austriaca che riflette in varia maniera e misura attorno a enormi problemi di filosofia del linguaggio. Si rifà anche a Ernst Mach e alla teoria dell’ “Io insalvabile”: il soggetto non è un’entità stabile e fissa ma un “fascio di sensazioni”, ricordi e sentimenti che si dissolve nel tempo e che quindi non può essere “salvato” o preservato come un’unità definitiva. Questo è ciò che non si sente nello spettacolo e che forse potrebbe essere restituito teatralmente al di sopra dell’intraducibilità congenita del monologo.
Patrizia Bellucci fa del personaggio una figura un po’ furiosa, un po’ debole, altezzosa, nevrotica, fredda, accalorata, un carattere insomma quando invece si tratta della Jackie di Jelinek e del suo pensiero originale sul linguaggio, della teatralizzazione di un’idea e di un discorso filosofico, di una polemica sulla nostra civiltà e sulla donna, sul consumismo, sul potere. La regia arreda lo spettacolo di movimenti, entrate e uscite, ma non sembra osservare la mente dell’autrice, il cui monologo fa parte d’un ciclo chiamato Drammi di principesse (Prinzessinnendramen), in cui vengono analizzate figure femminili – Biancaneve, Rosaspina, Rosamunde ma anche Sylvia Plath e Ingeborg Bachmann. Questi drammi non mettono in scena caratteri o psicologie ma “Sprachflächen”, come dice Jelinek, superfici linguistiche in cui il soggetto è dissolto nel linguaggio. Jackie è una macchina di parole, il testo è uno spartito, contano la musicalità e la violenza del monologo. Tutto questo è molto difficile.

Marcantonio Lucidi,
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