“L’uomo, la bestia e la virtù” di Luigi Pirandello, regia di Ennio Coltorti anche in scena assieme ad Adriana Ortolani e Jesus Emiliano Coltorti. Al teatro Arcobaleno di Roma

L'uomo, la bestia e la virtù

Meglio le corna della verità

L’uomo, la bestia e la virtù è un testo di Pirandello che non molto ha affascinato gli storici del teatro, i critici, i dotti in generale perché su questa commedia non si possono fare grandi discorsi. Non permette di addentrarsi nei temi alti che il girgentino spesso e volentieri offre, il rapporto fra vita e forma, verità e menzogna, realtà e illusione e tutto il filosofare da liceo classico che gli esegeti possono con altri drammi suoi mettere in bella mostra.
Tre atti allestiti al teatro Arcobaleno di Roma da Ennio Coltorti così come sono stati scritti dall’autore (meno male: per una volta non si è tramestato nel testo), L’uomo, la bestia e la virtù è la storia della signora Perella che tradisce il marito capitano di marina con il professor Paolino e adesso è incinta. Il capitano Perella, che ha un figlio con sua moglie e altri quattro con un’amante a Napoli, non intende diventare ancora padre; quindi le rare volte che torna a casa si tiene lontano dall’amplesso con la moglie. Il fatto è che bisogna fare passare il nascituro per figlio del marinaio, allora Paolino chiede al farmacista Totò Pulejo di preparare un potente afrodisiaco da mettere dentro ai dei pasticcini. Li offrirà al capitano che proprio questa sera tornerà a casa per ripartire domattina senza por tempo in mezzo. Siccome il finale è noto dal 1919, quando la commedia andò in scena la prima volta al teatro Olimpia di Milano, le cose finiscono bene (altrimenti sarebbe una tragedia): dopo alcune peripezie atte a tener desta l’attenzione del rispettabile pubblico, il capitano mangerà i pasticcini afrodisiaci e il buon nome del professore e della signora verrà salvaguardato. Si tratta di piccolo-borghesi di pura razza pirandelliana che non si preoccupano troppo del tradimento ma dello scandalo.
Se la regia di Coltorti avesse puntato sulle corna in cerca di facili risate, avrebbe trasformato il dramma in farsa. Invece ha cura di tenere le cose sul piano della commedia perché è sempre più interessante, e di maggior gittata teatrale, l’ipocrisia dell’adulterio. Nelle sue note di regia, Coltorti osserva che per Pirandello “l’uomo” civile maschera con la “virtù” la propria “bestia” interiore, constatazione che rappresenta l’idea portante, e teatrale, dello spettacolo. Infatti il signor Perella interpretato dallo stesso regista è effettivamente una bestia, un rodomonte che ricorda un capitan Spaventa da Commedia dell’Arte, senza però che Coltorti ne faccia una macchietta della gradassata e della prepotenza, col rischio di renderla stucchevole, mantenendo invece la parte nel solco del carattere. La Virtù, ossia la Perella, è proprio tale, e l’interpretazione di Adriana Ortolani porta coerentemente il personaggio fino alla verecondia d’una specie di beghina per trasformare nel finale la signora in una femmina appagata, felice d’avere finalmente scoperto il sesso. Ottimo Jesus Emiliano Coltorti, un Paolino sempre giusto nelle sue frenesie di ominicchio che sente in pericolo la propria rispettabilità. Porta in scena il personaggio come se fosse un monolite senza alcuna possibilità di evoluzione, lo tiene fermo nella sua mediocrità perché i piccolo-borghesi non cambiano mai.
In scena con i tre protagonisti del titolo: Riccardo Graziosi, Anita Pititto, Valentina Martino Ghiglia, Greta De Bortoli, Tito Marteddu, Nathan Macchioni. Costumi di Annalisa Di Piero, studiati con precisione per i vari personaggi e per l’ambiente sociale in cui si svolge la commedia.

Marcantonio Lucidi,
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