“Lungo viaggio verso la notte” di Eugene O’Neill, regia di Gabriele Lavia anche interprete assieme a Federica Di Martino, Jacopo Venturiero e Ian Gualdani. All’Argentina di Roma
Non sparate sulle bottiglie, siamo irlandesi
È ancora interessante Lungo viaggio verso la notte, il dramma autobiografico dell’americano di origine irlandese Eugene O’Neill (New York, 1888 – Boston, 1953)? La prima assoluta italiana al Valle di Roma nel 1957, messinscena diretta da Renzo Ricci, fu salutata da venti minuti di applausi e da decine di chiamate. Alla pomeridiana di domenica scorsa al teatro Argentina di Roma il pubblico ha manifestato un caloroso apprezzamento per lo spettacolo, seppur l’impressione era che il consenso fosse indirizzato soprattutto alla compagnia del regista e prim’attore Gabriele Lavia, il quale ancora una volta mostra d’essere un magnifico dono del teatro italiano. Però insomma, Lavia avrebbe potuto allestire qualsiasi altra cosa, anche un bell’Enrico IV pirandelliano, e non un battimano di meno avrebbe ricevuto. Allora perché ha scelto una storia familiare di irlandesi d’America ubriaconi esattamente come il luogo comune li dipinge? Le strade degli artisti sono tortuose e misteriose però è vero che per il capocomico c’è un bel ruolo, James Tyrone, di mestiere attore che sovente cita Shakespeare (e il Bardo per un artista della caratura di Lavia è come il maiale, non si butta via niente); pure per la prim’attrice Federica Di Martino la parte di Mary Tyrone rappresenta una gran bella occasione interpretativa. Infatti per il monologo in cui Mary ricorda come ha conosciuto suo marito James, Lavia spedisce Di Martino in proscenio oltre il perimetro di tubi con cui lo scenografo Alessandro Camera ha ingabbiato la scena fissa, il salone in cui si svolgono i quattro atti del dramma, come a suggerire una prigione o una gabbia: i Tyrone – padre, madre e due figli grandi più cameriera – sono casi da osservare come gli animali allo zoo. Si sta in un’etologia applicata agli esseri umani, atteggiamento registico assai congruo per l’interno di un clan familiare irlandese nel quale corrono matti sentimenti ed emozioni furiose, dove si sbudellano viscere rancorose e le passioni paterne, filiali e coniugali sono cariche d’un rozzo romanticismo rissoso.
Lungo viaggio verso la notte è il testo di un autore che presenta una serie di vizi drammaturgici, uno psicologismo freudiano a buon mercato, un certo simbolismo di seconda mano, l’incapacità di graduare le passioni di personaggi che ogni tanto esplodono di botto come mortaretti, e poi la verbosità ripetitiva ed esondante che nemmeno l’adattamento riesce a contenere. In questo dramma di alcolizzati si sproloquia, si beve e si litiga come nei peggiori pub di Belfast.
La vicenda è presto detta: Mary è appena tornata a casa da una clinica per drogati. È una morfinomane da quando suo marito, spilorcio più dell’avaro di Molière, la affidò incinta di Edmund, il secondo figlio forse tubercolotico, a un medicastro che si faceva pagare poco e la rese tossicodipendente. La taccagneria paterna ha anche costretto il figlio maggiore Jamie che odia il teatro a guadagnarsi da vivere facendo l’attore in una compagnia di second’ordine. Frustrato come un cane affamato davanti a una ciotola di cavolfiori bolliti, Jamie è diventato un alcolizzato. Come il padre d’altronde che in gioventù poteva aspirare a una carriera di grande interprete shakespeariano e per soldi ha sprecato il suo talento recitando in roba di cassetta. Oggi s’attendono i risultati delle analisi di Edmund e se viene fuori che il ragazzo è malato, James non lo manderà certo in una costosa clinica privata “per milionari”, dice lui, ma in un sanatorio pubblico da pochi soldi. Nel frattempo, i tre maschi usano la bottiglia di whisky sul tavolo come un rubinetto aperto e la madre corre di nascosto in farmacia a comprare morfina.
Con tutta l’orgia di alcol, droga, tubercolosi, avarizia del dramma, cosa intende dire l’autore? Che gli esseri umani sono dei poveri dannati sordidi pieni di vizi i quali si guardano l’un l’altro le loro pustolose aberrazioni ma in fondo, molto molto in fondo, più sotto del loro strisciare in mezzo ad accuse feroci e rinfacci spietati, si trova una specie di affetto, sì, una sorta di amore, lo si può vedere in filigrana, e dentro tanta ignominia persino del perdono come acqua versata nel whisky per imbrogliare sulla quantità consumata. Si può sostenere che il buon O’Neill abbia inventato l’acqua calda ma anche lui va perdonato perché fino al suo arrivo nel teatro poco prima della Grande Guerra, la scena americana era cosa da niente per via della censura puritana. Quindi ecco O’Neill arraffare a mani basse dal teatro europeo tecniche e temi da ficcare alla buona nei suoi lavori, come un facchino d’albergo le valigie degli ospiti nel deposito bagagli. Di questo però all’autore va dato merito, è un fondatore.
Gabriele Lavia invece è il custode che esercita e tramanda il mestiere del teatro, la tecnica e l’arte dello stare in scena, la perfezione della dizione, la precisione dei toni, il controllo dello spazio e del movimento. Rappresenta la classicità italiana, non sbaglia uno spettacolo, nemmeno quando fa O’Neill, possiede la fluidità e il segreto dei grandi artisti che truffano il pubblico spacciandogli il difficilissimo per naturale e semplice. Ha dei cambi di posizione in scena che aprono o chiudono atmosfere, definiscono la relazione del suo personaggio con gli altri, avviano uno scontro o lo fermano. Quando è fuori battuta, ne approfitta e precisa vieppiù la parte, la perfeziona. Osservarlo è ogni volta una lezione di teatro. Lavia è l’edizione nazionale dell’attore italiano, una Treccani della scena. Gi attori che hanno il temperamento per stargli accanto sono Ian Gualdani che nel ruolo di Edmund Tyrone, il secondogenito tubercolotico, offre una prova ottima e mostra altezze interpretative – senza enfasi, senza forzare – nei passaggi a due con Lavia. Anche Jacopo Venturiero, seppur dia l’impressione d’essere a volte un po’ contratto, interpreta Jamie Tyrone (il primogenito) con carattere e solidità. A Beatrice Ceccherin il personaggio minore della cameriera Cathleen che però l’attrice cura con professionalità come se fosse un ruolo importante. Sembra conscia di non dovere sbagliare un passo di fronte a Lavia che a un certo momento passa dalla poltrona al centro della scena a una vicino alla quinta di destra e offre così la massima importanza all’attrice nel movimento verso l’uscita. In scena accanto al capocomico e soprattutto nei dialoghi con lui, Federica Di Martino lavora con fluidità e naturalezza, ma quando Lavia non c’è, come nel monologo in proscenio, qualcosa nella sua interpretazione si indebolisce e fuoriesce la recitazione. Forse la colpa è di Lavia stesso che abitua lo spettatore all’eccellenza.
