“Al nostro amore – Happy hour” di Luca De Bei, regia di Barbara Porta, con Barbara Scoppa e Leandro Amato. Al teatro La Comunità di Roma
Una cocktail comedy in fondo a un bicchiere
Il profumo di Leo è Pour un homme de Caron, una colonia degli anni Trenta un po’ meno antica d’uno smoking di Caraceni. Lei, Francesca, indossa White Linen di Estée Lauder, una classica essenza anni Settanta per la donna agiata e di buona famiglia. Sono i protagonisti di una commedia scritta da Luca De Bei, Al nostro amore, sottotitolo Happy hour, in scena al teatro La Comunità di Roma con la regia di Barbara Porta. L’autore dice che si tratta di una sophisticated comedy ma somiglia piuttosto a una screwball comedy perché mette a confronto personaggi eccentrici e di classe sociale diversa, presenta aspetti farseschi nello scontro fra sessi e genera situazioni imprevedibili e paradossali. Ma la verità è che si tratta di una cocktail comedy, genere che finora non esisteva, inventato da De Bei con questo testo, e che è molto novecentesco, molto consolante per i baby-boomer che da ragazzi andavano al Blue bar ad ascoltare uno di Campobasso che cantava le hit di Frank Sinatra e si chiamava Fred Bongusto. Sottofondo di musica jazz quando si scendono le scale della Comunità e si entra nella sala semioscura, in scena un bancone da piano-bar con una quindicina di bicchieri pieni, daiquiri e negroni. Un posto perfetto per accendere una Gitane e ordinare un Vesper Martini agitato, non mescolato.
Si comincia un po’ come se si fosse dentro un Harold Pinter, Betrayed (Tradimenti), con la differenza che lei e lui si incontrano per la prima volta ma hanno in comune la conoscenza di una terza persona molto importante nella loro vita (che non si vedrà mai in scena). Si va lenti all’inizio, diciamo come Sinatra in September song ma poi si salirà come in My way. Bisogna avere un po’ di pazienza e aspettare prima di capire perché Barbara Scoppa e Leandro Amato caratterizzano a quel modo i rispettivi personaggi: Francesca ricca borghese sfrontata, invadente e bevitrice; Leo timido fin quasi alla balbuzie, dimesso oltre la deferenza. L’accordo sulla gerarchia e sui rapporti di forza sembra precedere il loro primo incontro e non avere ragione. Questo che pare un errore di regia prima ancora che di drammaturgia, si scioglierà nel gin, nel vermut rosso e nel bitter Campari a mano a mano che i due svuotano i cocktail. Allora viene fuori la miscela interpretativa di Amato che da sotto il suo attempato ricercatore universitario modesto e insicuro che non riesce a diventare professore, tira fuori un’aggressività e una durezza comiche perché improvvise, insospettabili, incongrue. Mentre Barbara Scoppa al contrario passa da una Francesca disinvolta e sarcastica, una di quelle signore che adorano pavoneggiarsi con il proprio status sociale e imporre la forza della loro aisance mondana, a una donna terrorizzata dal tempo, dal dissolvimento della bellezza e del fascino, dalla perdita di potere e di controllo sul prossimo. Grizabella cantava Memory all’inizio degli anni Ottanta: “Touch me / It’s so easy to leave me/ All alone with the memory / Of my days in the sun”. (Toccami / È così facile lasciarmi / Tutta sola con il ricordo / Dei miei giorni al sole). Però nel fondo di un bicchiere galleggiano le risate e l’assurdità della vita e forse persino un’idea stramba che somiglia all’amore. È l’anima romantica esalata dall’alcol che i due interpreti agitano e mescolano dentro un dialogo veloce, fitto, arguto e una teatrale conversazione di sguardi mentre la ragione del loro incontro scoppia come il tappo di una bottiglia di champagne (Bollinger naturalmente, 1969). Siamo tutti figli del Novecento e chi è arrivato dopo, è arrivato tardi.
