“Sissi l’imperatrice”, scritto e diretto da Roberto Cavosi. Con Federica Luna Vincenti. Al teatro India di Roma

Sissi

Interpretare è meglio che recitare

Quando il 10 settembre 1898, passate da poco le 13.00, a Ginevra sul Quai du Mont-Blanc, lungo le rive del lago Lemano, l’anarchico italiano Luigi Lucheni la pugnala al petto, Sissi si accascia ma subito si rialza perché ha fretta di prendere il battello in partenza per Montreux. Elisabetta di Baviera imperatrice d’Austria sviene sul battello, il comandante ordina il rientro in porto e sei marinai trasportano il corpo esanime fino alla stanza numero 34 dell’Hôtel Beaurivage. Alle 14.10 Sissi, che non ha mai ripreso conoscenza, viene dai medici dichiarata ufficialmente morta. Invece nello spettacolo in scena all’India, Sissi l’imperatrice, spira nelle braccia del suo medico, innamorato di lei, come Violetta in quelle di Alfredo.
La scena scritta da Roberto Cavosi, autore e regista dello spettacolo, è un falso storico o, se si vuole, una licenza poetica per dar modo alla protagonista, Federica Luna Vincenti, di morire da eroina tragica. Questo forse spiega almeno in parte le ragioni dell’allestimento, se per l’altra parte si vuole dar credito a Cavosi che nelle note di regia scrive degli ideali sociali e politici dell’imperatrice, “donna dal pensiero modernissimo, sicuramente avanti coi tempi: dalla sensibilità verso le minoranze etniche, fino al più acre disgusto verso la crudeltà di qualunque guerra e di ogni imperialismo”. Ecco bell’e fatta la ragione della messinscena, la sua necessità: dalla lontananza dell’Ottocento Sissi parla a noi contemporanei.
Tuttavia lo spettacolo sembra tagliato per esaltare soprattutto la prova di Vincenti, per dare il primato all’attrice prima che al personaggio. L’imperatrice appare scenicamente impostata per il servizio alla primadonna che troneggia su una sedia rialzata da arbitro di tennis e sovrasta imperiosa le altre interpreti, la pettinatrice e la limatrice restituite rispettivamente da Miana Merisi e Francesca Bruni Ercole con la grazia di chi non forza la recitazione. Tutto sommato un’eroina è tale per il suo agire all’interno di una situazione che evolve sulla spinta di questa azione, mentre in questo caso la situazione è sostanzialmente statica, mossa in modo endogeno dal racconto che il personaggio fa di se stesso. La pettinatrice pettina, la limatrice lima le unghie e Sissi narra chi è, perché lo è, la sua anoressia, la sua poesia, la malattia, la sofferenza per la morte di due suoi figli (in particolare il famoso suicidio a Mayerling dell’arciduca Rodolfo), le rivolte contro l’etichetta e la disciplina della corte viennese, il disprezzo per la nobiltà, la misericordia verso i poveri, l’odio per le guerre e la politica imperiale. Sono elementi che il dramma trae dai diari di Sissi editi solo nel 1998, un secolo dopo la sua morte.
In effetti lo spettacolo è un monologo sotto forma di dialoghi sostenuti di volta in volta dalla protagonista con gli altri personaggi.  Il testo insiste molto sul corpo, sull’ossessione per la magrezza e il vitino da vespa che Sissi mantiene facendosi stringere la guépière allo spasimo, sulla fissazione per i capelli che necessitano di ore e ore di cure al giorno. La difficoltà che sorge per l’autore e la primattrice è proprio di riuscire a dare uno spessore intellettuale a una donna maniacalmente preoccupata del proprio aspetto. Un tormento estetico al centro della messinscena che per Vincenti è un piano inclinato verso la recitazione laddove la profondità d’animo e di pensiero chiederebbe un’interpretazione per manifestarsi con più evidenza. L’attrice ha tecnica, forza, presenza scenica, canta bene assai, tanto da indurre nello spettatore il rammarico per l’occasione parzialmente mancata. La Sissi di Vincenti è giustamente lontana dallo stucchevole santino bloccato nella percezione popolare da Romy Schneider ma non abbastanza dal luogo comune di un romanticismo decadente. Una specie di Dorian Gray al femminile, un po’ verboso però e privo di potenza tragica. In scena anche Marco Manca nella parte del dottore e Maria Giulia Scarcella impegnata nel personaggio di un’attrice, forse l’unico ruolo in cui recitare è meglio che interpretare.

Marcantonio Lucidi,
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