“Finale di partita” di Samuel Beckett, regia di Gabriele Russo. Con Michele Di Mauro e Giuseppe Sartori. All’India di Roma
Perdonalo, l’autore non sa quello che scrive
In Finale di partita, Samuel Beckett ha dato più di quattrocento indicazioni di pausa e le didascalie occupano il trenta per cento del testo. Ciò significa che l’autore non aveva soverchia fiducia nei registi e temeva le loro trovate. Gabriele Russo ha allestito il dramma al Teatro India e laddove due dei quattro personaggi, Nell e Nagg (genitori di Hamm), nell’originale vivono dentro due bidoni della spazzatura, in questa messinscena sono stati messi in una vasca da bagno. Scelte di questo tipo danno l’impressione che il regista voglia fare ben vedere che c’è ed agisce.
Tuttavia ficcare i due personaggi in una vasca da bagno, anche se molte didascalie non vengono rispettate, può essere un’idea se aggiunge qualcosa all’opera. Russo informa nelle note di regia di volersi allontanare “dai confini teorici più consueti del testo – quelli legati alla filosofia dell’Assurdo e all’immaginario distopico o post-atomico, tipici delle letture del secolo scorso – per calarlo in una dimensione più concreta, più prossima a noi. Il cuore del dramma beckettiano resta lo stesso: una famiglia chiusa in un eterno gioco al massacro”. Quindi mettere la mamma e il papà nella vasca da bagno piuttosto che nei secchi dell’immondizia offre una migliore rappresentazione del massacro in famiglia. Opinioni. La regia parte dall’esperienza collettiva della segregazione in casa provocata dalla pandemia di covid quindi “il finale – continua il regista – non andrà cercato solo in processi filosofici o metafisici. Sarà il dolore a parlare. E, con lui, le fratture e i cataclismi sociali e politici che il post 2020 ci ha lasciato in eredità”.
Vero che al povero Beckett hanno fatto dire di tutto e lui stesso rifiutò l’idea che Finale di partita fosse un dramma post-atomico e appartenesse al genere del Teatro dell’Assurdo. Questa etichettatura è responsabilità di Martin Esslin che nel 1961 scrisse The Theatre of the Absurd: non solo il primo saggio sulla corrente drammaturgica più importante del secondo Novecento ma ancora oggi, a onor del vero, imprescindibile. Uno dei più testoni nell’interpretazione a piacimento di Beckett è stato Theodor Adorno, il quale sosteneva che il nome di Hamm derivava da Hamlet. Quando si incontrarono, il drammaturgo irlandese comunicò al famoso filosofo tedesco che la trovata era sbagliata, ma Adorno insisté volendo aver ragione sull’irritato autore dell’opera. I drammaturghi vanno perdonati, non sanno quello che scrivono. Si è fatta un’altra buona quantità di ipotesi sui nomi dei personaggi, per esempio che Hamm sarebbe l’abbreviazione dell’inglese hammer, martello, e Clov una deformazione del francese clou, chiodo. C’è chi invece ha postulato un’analogia tra il testo e il gioco degli scacchi, osservazione che potrebbe essere tra le più vicine al vero anche perché Beckett era un ottimo scacchista. Ma lui stesso si lamentava: “Se solamente si smettesse di farmi dire più di quello che voglio dire”. Quindi in tanta profusione di tesi e giochetti enigmistici, la sostituzione dei cassonetti con una vasca non appare strampalata più di tanto. Altri registi arriveranno con dei water e li giustificheranno dicendo di voler tirare la catena degli eventi.
Qui conta soprattutto quanto gli attori fanno in scena. Michele Di Mauro interpreta Hamm, cieco e paraplegico condannato su una sedia a rotelle; Giuseppe Sartori è Clov, il quale ci vede e non può sedersi. Insieme formano la prima delle due coppie di un dramma che si svolge interamente in una stanza. Beckett in didascalia scrive “Interno senza mobili”. Qui invece si vedono una cucina da campo, la tenda che chiude la vasca, una piccola libreria, al muro una carta da parati scrostata. È un posto che ricorda un vascio napoletano e modifica il significato di un dramma pensato a ragione dall’autore in un ambiente vuoto, illuminato da una “luce grigiastra”. Lo scenografo Roberto Crea mette però le due previste e fondamentali finestre alte da terra alle pareti di destra e di sinistra. Le due aperture danno su un fuori che evidentemente è un nulla. È successo qualcosa nel mondo prima dell’inizio di Finale di partita e ora, come dice il titolo, siamo all’epilogo. Hamm è vestito di abiti che non si capisce nemmeno più bene cosa sono, forse una felpa, una tuta, una maglia. Non è un barbone ma un uomo in un declino senza rimedio. Clov con una salopette e un cappelletto rosso è il suo servo che dice di volere ammazzare il padrone o di andare via ma non si decide. Il rapporto fra i due è tormentoso e gli interpreti ne esasperano l’asprezza, la natura torturante della loro convivenza, l’inesorabilità del dolore e della crudeltà. Nulla però è maligno seppur tutto intollerabile e questa è la caratteristica dell’interpretazione di Sartori e Di Mauro: la reciproca avversione dei personaggi è priva di sentimento d’odio perché pagata con una moneta senza valore, la sofferenza. L’aggressività, il dispotismo, i soprusi di Hamm e l’ubbidienza servile, la frustrazione, la disperazione di Clov, non hanno causa né conseguenza quindi sono gratuiti. Le cose stanno così. Fuori della stanza c’è il nulla, dentro la stanza il vuoto. I personaggi forse hanno delle emozioni, magari persino dei sentimenti ma non delle ragioni. Allora i due attori cosa devono fare con Hamm e Clov? Ma niente naturalmente, salvo ciò viene lì per lì. Ed è questa sensazione che gli interpreti danno, di muoversi e parlare perché qualcosa bisogna pur fare per passare il tempo. La noia, scriveva Baudelaire, questo mostro delicato “con uno sbadiglio inghiottirebbe il mondo”. Infatti quando nella vasca la madre muore, non è successo qualcosa. Se la vita è nulla, la morte è l’assenza del nulla. Non si deve fare filosofia con Beckett e infatti gli attori non la fanno. Cosa fanno? Nulla. Nell è Anna Rita Vitolo e suo marito Nagg è affidato ad Alessio Di Piazza. Lui chiede la pappa, chiede un biscotto, chiede un confetto. Lei lo informa che sta per lasciarlo. Chiacchierano senza motivo di cose senza ragione, ricordano una gita in barca sul lago di Como, chissà perché andarono sul lago di Como. La necessità non esiste. Quando Hamm chiede se Nell è morta, Clov risponde: “Sembra di sì”. E alla domanda se anche Nagg è morto, la risposta è: “Sembra di no”. Non è indifferenza ma mancanza di differenza. Fra la vita e la morte.
