“L’anitra selvatica” di Henrik Ibsen, regia di Thomas Ostermeier, con gli attori della Schaubühne di Berlino. All’Argentina di Roma
Vivere e teatrare in Germania
L’ipocrisia, che tanti idealisti ingenui osteggiano, salva la specie umana dall’estinzione. Se tutti dicessero la verità, se ciascuno di noi ammettesse ciò che realmente pensa dell’altro e ciò che sa di lui, la vita sarebbe un inferno e la guerra perenne. Essendo gli uomini degli animali sociali, bisogna restare sulla scialuppa della menzogna per sperare di sopravvivere. Questa è sostanzialmente la morale del dramma di Henrik Ibsen L’anitra selvatica che Thomas Ostermeier ha portato all’Argentina di Roma, purtroppo solo per due giorni.
Direttore artistico della Schaubühne di Berlino dal 1999, Ostermeier si dimostra anche stavolta uno dei registi europei più importanti del nostro tempo. Lo spettacolo è stato applaudito dal pubblico con un’intensità e una partecipazione che non si vedevano da parecchio tempo malgrado la messinscena fosse proposta in tedesco con i sovratitoli, situazione mai del tutto agevole per gli spettatori. Ci sono delle ragioni che spiegano un tale successo, le prime di ordine artistico. Gli attori della Schaubühne sono tutti di altissimo livello, non uno che non collochi la propria prova su uno standard elevatissimo. Il palcoscenico girevole è una soluzione classica, molto teatrale, perfetta per le necessità dell’allestimento e dal regista usata anche in modo molto originale per montare un finale di impatto emotivo forte epperò non contaminato dalla retorica. Le scenografie propongono un interno spoglio ma ricco di borghesia molto agiata e una casa con arredi anni Settanta-Ottanta vecchi seppur non miseri d’una famiglia decaduta che campa fortunosamente. I costumi ovviamente seguono la stessa linea di modernizzazione del dramma ibseniano. Assieme alla drammaturga Maja Zade, il regista ha lavorato sul testo originale, che l’autore norvegese compose nel 1884, e l’ha reso pienamente novecentesco, ossia attuale ma con uno scarto di poco più d’una quarantina d’anni rispetto a noi di modo da aumentare l’attenzione del pubblico grazie a un leggero effetto di straniamento temporale. Ha così mantenuto una distanza cronologica del dramma e al contempo l’ha reso prossimo e godibile al pubblico giovanile che infatti riempiva il teatro. Il resto segue in modo naturale: la precisione nel montaggio delle scene; il movimenti degli attori e i posizionamenti prossemici che indicano la natura delle relazioni e le gerarchie fra i personaggi; l’attenzione nella costruzione delle psicologie attraverso una recitazione che tende all’essenziale, non un tono, non un gesto più del necessario. Uno spettacolo eccellente.
Un regista di una certa notorietà nel nostro panorama nazionale e molto attivo giustamente magnificava l’altra sera dopo la rappresentazione tanta perfezione tecnica e artistica e stigmatizzava l’attuale situazione della scena italiana, incapace di fornire spettacoli di sì alta levatura che convincano gli spettatori giovani ad entrare nelle nostre platee, frequentate in prevalenza da signore e signori attempati bisognosi più di odontoiatri che di disk-jockey. Tuttavia oltre alle ragioni artistiche, ve ne sono di produttive. Lo spettacolo è stato messo in prova per otto settimane – mediamente il doppio del tempo concesso a una grande produzione italiana – precedute da quattro mesi di lavoro sul testo e sull’adattamento. Poter impegnare mezzo anno in un allestimento significa che sottostanno al successo dello spettacolo e alla valorizzazione del lavoro, della carriera, dell’arte di Ostermeier, delle condizioni ambientali, per non dire civili, adatte. In Germania la musica e la prosa ricevono in contributi pubblici circa quattro miliardi e mezzo all’anno, di cui una cifra intorno a un miliardo e mezzo per il teatro di prosa. Nel 2004 in Italia il fondo destinato allo spettacolo dal vivo ammonta a 447 milioni di cui meno di 90 milioni per il teatro (105 milioni e mezzo se si comprendono festival e circuiti regionali). I due sistemi, quello tedesco piuttosto decentrato con un forte impegno dei Länder e dei Comuni e quello italiano al contrario accentrato su una maggior presenza dello Stato, sono diversi, così come la base di calcolo. Di conseguenza le comparazioni presentano delle difficoltà. Ma le grandezze sono quelle e mostrano non solo le diverse condizioni in cui operano gli artisti delle due nazioni, ma anche che l’Italia è un paese povero amministrato da gente i cui nomi – indipendentemente dall’appartenenza politica e dal periodo di governo (di comando) – a pronunciarli sale la rabbia.
