“Metadietro”, uno spettacolo di Flavia Mastrella e Antonio Rezza anche interprete. Al Vascello di Roma
Il marketing della contestazione
La scenografia del nuovo show di Antonio Rezza da lui scritto assieme a Flavia Mastrella, Metadietro (al Vascello di Roma), è molto teatrale: delle vele bianche di barca che diventano remi di scialuppa, scafo di nave spaziale, fusoliera di un razzo. Quindi forse lo spettacolo è un viaggio. Ma quale spettacolo non lo è? Piuttosto a mano a mano che si avanza, appare più chiaro che si tratta del tetativo di inscenare un naufragio. L’affondamento della nostra civiltà in mezzo a un mare di parole, onde continue di proposizioni, suoni, sillabe, verbi aggettivi, imprecazioni, parolacce e smadonnate. Come a sbattere fra le rocce d’una scogliera, lo scafo della civiltà si sfascia in pezzi di politica, di religione, di guerra, russi, palestinesi, cinesi. Nei flutti d’un mare in tempesta si trova di tutto e ogni è cosa un relitto rotto, marcio. Anche il corpo di Rezza, frenetico, elettrico, febbrile, convulsivo si muove e si contorce in spezzoni di movimenti, relitti di gesti. Rezza è uno showman di indubbia spettacolarità mosso dall’intento di trasformare un’estetica del brutto in una critica sociale e di costume, lo sgarbo verbale in una manifestazione linguistica dello squallore che sommerge le nostre giornate.
Epperò la sua attenzione per la promozione di se stesso, manifestata nel modo di prendere gli applausi finali, usando con pertinacia ogni trucco da mestierante di cabaret per aumentarli e prolungarli, testimonia, consapevolmente o meno, che viviamo in un mondo di scomposto mercantilismo in cui un marketing insistente sostituisce la spontanea espressione dell’apprezzamento e del favore. Ha fatto scuola Franca Rame che all’intervallo degli show di Dario Fo si piazzava di persona dietro il banchetto disposto in platea a vendere i gadget, i libri e le cassette degli spettacoli suoi e di suo marito. Rezza annuncia che si farà trovare dai plaudenti nel foyer dietro i suoi libri per il firmacopie. Indubbiamente una dichiarazione di fiducia nel prossimo che tutto sommato contraddice il senso dello spettacolo, la cui comicità è costruita su un cinismo apocalittico, più ghignante che ridente, più sardonico che ironico. La Treccani spiega l’aggettivo “sardonico” in un modo adatto a descrivere lo stile di Rezza: “che esprime un sarcasmo amaro e maligno, una derisione sprezzante, offensiva e provocatoria”.
Artisti della scena di siffatta maniera sono utili in ogni tempo e luogo: contribuiscono a mantenere l’ordine pubblico con l’espressione di un dissenso che allevia l’eventuale tensione contestataria delle platee e le rassicura con la conferma della libertà di parola e di critica. È qui che il marketing funziona. Un Lenny Bruce o lo stesso Dario Fo, per citare solo due dei grandi solisti teatrali del Noveccento, scuotevano le coscienze, e offrivano un punto di vista originale sullo stato delle cose che suggeriva agli spettatori gli elementi per un discorso pubblico su queste cose.
Rezza si è conquistato la migliore posizione possibile di contestatore senza rischi né responsabilità intellettuali grazie a una fisicità energica e ad un eloquio aggressivo ma innocuo con i quali fa marciare il botteghino e il banchetto dei libri. Il che per un artista non è certo una brutta colpa, al massimo un buon colpo. In scena con lui Daniele Cavaioli.
