“Work.txt” scritto e diretto da Nathan Ellis. All’Ateneo di Roma
Il teatro non è un ricamo
In scena all’Ateneo di Roma Work.txt, spettacolo britannico sul tema del lavoro, è annunciato come “teatro partecipativo”. Non è teatro perché non ci sono attori. Un autore e regista, Nathan Ellis, ha scritto un testo e lo ha messo in scena; la locandina riporta anche i nomi di due drammaturghi, Sam Ward e Ben Kulvichit (quindi il copione è scritto a sei mani?); di musica e suoni si è occupato Tom Foskett-Barnes e della progettazione tecnica Harry Halliday. Lo spettacolo è prodotto da Subject Object e si avvale inoltre di un produttore originale di nome Emily Davis. Tutta gente utile ma non imprescindibile per l’arte della scena. Mancano invece gli attori, i quali stanno al teatro come il pollice opponibile alla mano: senza, l’essere umano non esiste.
L’argomento della serata essendo il lavoro, i responsabili hanno trovato il modo di non ingaggiare attori evitando quindi di compensarli. Li sostituiscono con gli spettatori, i quali hanno pagato il biglietto per assistere allo spettacolo di se stessi chiamati alla fatica. Solo dei geni del commercio come gli inglesi, popolo di bottegai, potevano inventare un’operazione simile.
Sul palcoscenico dell’università La Sapienza, le cose si svolgono così: su uno schermo appaiono delle frasi che la platea, in gran parte formata da studenti, deve pedissequamente leggere ad alta voce. Si tratta di un copione fisso, quindi questo teatro non è neanche partecipativo, piuttosto antidemocratico, autoritario in quanto impone ai presenti un’adesione coatta e proibisce implicitamente qualsiasi intervento critico. Di volta in volta vengono esortati al compito tutti gli spettatori oppure quelli “che vivono fuori città”, “che sono venuti a teatro da soli”, “che vanno a correre prima di andare a lavorare”, “che hanno preso un volo di recente” o ancora “una donna”, “un uomo con la voce potente”. Sono indicazioni apparentemente anonime ma alcune presentano, magari involontariamente, una funzione indagatrice sgradevole, per esempio “gli ottimisti” oppure “i rivoluzionari”, chiamata alla quale rispondono tre quarti della sala e che ha un lato comico – si tratta di rivoluzionari da foyer – e uno ambiguo, a pensar male, di raccolta dati. Lo spettacolo fa raccontare al pubblico mediante le scritte una giornata di lavoro in una grande città e denuncia lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma parla solo degli sfruttati e mai degli sfruttatori. Il pubblico studentesco del teatro Ateneo che ha la disgrazia di vivere la propria gioventù in un’epoca di neovittorianesimo moderato dal bigottismo woke, si è mostrato entusiasta, gioioso addirittura, nel recitare il ruolo della vittima senza arrischiarsi in parti di contestatori o peggio, rivoltosi contro l’oppressore, il padrone come lo si chiamava quando si aveva il fegato di indicare le cose e le persone con i loro nomi.
Trent’anni fa uno spettacolo come questo sarebbe stato considerato ridicolmente tremebondo se non piagnucolosamente reazionario. Per gli autori di Work.txt la rivolta degli schiavi è un tizio che si sdraia per terra nell’atrio di un palazzo adibito ad uffici. È uno dei tre dialoghi che due spettatori volontari vanno in scena a leggere da un copione. Un altro riguarda una micropolemica fra un curatore di mostre d’arte e il custode della galleria, un terzo parla di un padre e una madre che vanno in crociera e che evidentemente rappresentano la classe media genitoriale dei giovani in sala. Genitori che probabilmente hanno fatto, o comunque hanno visto, gli anni della contestazione e che sono stati di diabolica abilità nello svuotare i loro pargoli d’ogni rischio di coscienza sociale e di consapevolezza dei diritti collettivi. Privi senza colpa d’esperienza e ignari colpevolmente del passato, gli sfruttatissimi giovani lavoratori d’oggi possono essere manipolati da sindacati misoneisti e cinici che con gli scioperi del venerdì ne soddisfano i microscopici pruriti contestatari e al contempo soddisfano i piccoli comodi impiegatizi del fine settimana. Servite su un piatto d’argento le sbertucciate di una premier postfascista: “Il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme”. Chi l’avrebbe mai detto che Mao aveva torto. Oggi la rivoluzione è un pranzo di gala, un’opera letteraria, un disegno, un ricamo.
Il teatro però non è un ricamo ma uno strumento potente, duro, di critica e di lotta artistica contro il potere e i lupi mannari del servaggio. Infatti neanche in questo senso Work.txt è uno spettacolo teatrale e dà idea (sbagliata certamente e maliziosa, quanto maliziosa) che si inserisca in una linea fintamente umanitaria, solidaristica, libertaria volta a mantenere sedata una generazione che pare preferire una bella dormita nella constatazione che una sveglia nella contestazione.
