“Camera 701” di Elise Wilk, regia di Luca Mazzone. Con Federica D’Angelo, Edoardo Barbone, Giuseppe Lanino e Silvia Scuderi. Al teatro Basilica di Roma
L’albergo ad ore perse
Per quale motivo gli italiani si ostinano a mettere in scena testi contemporanei stranieri anche quando non si può sostenere con tutta la buona volontà che siano superiori all’attuale drammaturgia nostrana? Gli autori preferiti sono gli anglosassoni, seguono i francesi, ma va bene qualsiasi nazionalità, purché non sia italiana. Al teatro Basilica di Roma un quartetto di buoni attori diretto da Luca Mazzone rappresenta il titolo di un’autrice rumena, Camera 701 di Elise Wilk, composto di quattro quadri tutti telefonati. “Pronto spettatore? Sono il secondo quadro e racconto di una donna che vuole buttarsi dalla finestra di una stanza d’hotel la notte di Capodanno. Però per favore, cerca di non capire il finale quando entra un lui inatteso”.
La telefonata del primo quadro era obbiettivamente più complessa: “Pronto spettatore? Sto raccontando la vicenda di due giovani che si sono appena sposati, lei ha ancora indosso il vestito bianco delle nozze, e ora stanno nella stanza 701. Evita di capire alla quarta battuta che non consumeranno la loro prima notte, alla ventesima che lui è innamorato di un’altra persona e alla venticinquesima che è omosessuale”. Allora perché si è sposato con una donna? Questo la telefonata del quadro 1 non lo chiarisce bene. Ma che importanza ha? Conta piuttosto far conoscere ciò che si sa da moltissimi anni: la crisi dell’uomo e della donna contemporanei sbriciolati dalla tenaglia, dallo schiacciasassi, dalla macchina per fare il pangrattato degli stereotipi, dei cliché, pregiudizi, schemi, convenzioni, luoghi comuni, luoghi privati. In qualche modo le questioni di sesso entrano in tutti i pezzi
L’idea di una una camera d’albergo con delle storie che vi si svolgono non è per niente malvagia. Infatti è stata sfruttata varie volte, anche con varianti, e ha avuto alcune ottime realizzazioni. Nel 1968 la commedia di Neil Simon Plaza suite e la trasposizione cinematografica del 1971, regia di Arthur Hiller con Walter Matthau; Four Rooms del 1995 è anch’esso diviso in quattro storie, ciascuna diretta da un regista (Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez e Quentin Tarantino) ma, come dice il titolo, si svolgono in quattro diverse stanze dello stesso albergo. Anche gli italiani hanno saputo usare l’espediente della stanza. Un caso è del 1981, s’intitolava Camera d’albergo, regia di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman e Monica Vitti.
La terza storia parla di una donna, amministratrice delegata di un’azienda, forse lesbica, che tortura psicologicamente una sua impiegata minacciandola di licenziamento se non obbedisce ad ordini sessualmente ambigui. La quarta vicenda racconta di un uomo che chiama uno spogliarellista professionista dicendogli di volere imparare a spogliarsi sensualmente per tentare di riconquistare la moglie che lo ha lasciato.
La regia di questi micro episodi di vita è molto semplice, rispettosa del testo e nulla fa per coprire la verbosità di dialoghi che sembrano scritti con la paura di non “arredare” a sufficienza i personaggi: un po’ di psicologia qui, un po’ di amore là, un contorno di passato tragico, un bicchiere di bitter sentimento, olive e capperi. In tali circostanze, i quattro interpreti fanno quanto possono, ossia bene. Federica D’Angelo, Edoardo Barbone, Giuseppe Lanino e Silvia Scuderi riescono malgrado tutto a dare sostanza alle rispettive parti, intenzionalità ai personaggi, mimica e movimenti giusti ai caratteri. Fino a quando non si troverà il modo di sostituire sui palcoscenici nazionali non solo gli autori, ma anche gli attori italiani con stranieri, i drammaturghi d’oltrefrontiera saranno interpretativamente serviti con professionalità, almeno nella maggior parte dei casi.
