“Delitto e castigo”, di Fëdor Dostoevskij, adattamento teatrale di Glauco Mauri, regia di Andrea Baracco. Interprete nel ruolo protagonista Gabriele Graham Gasco. Al teatro della Cometa di Roma
Tecnica della sconfitta
La descrizione che Fëdor Dostoevskij offre dello spiantato studente pietroburghese Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov è la seguente, lunga ma precisa: “Cupo, tetro, altezzoso e superbo: negli ultimi tempi, ma forse già prima, impressionabile ma ipocondriaco. Generoso e buono. Non ama esprimere i propri sentimenti e piuttosto commette una crudeltà che esprimere con parole il proprio cuore… Terribilmente chiuso in sé. Tutto gli è indifferente, tutto gli dà noia; se ne sta sdraiato senza far nulla, non si interessa mai di ciò di cui tutti si interessano in un dato momento. Ha un’altissima opinione di sé e, a quanto pare, non senza un certo diritto”.
Questo tratteggio del personaggio corrisponde al Raskòl’nikov interpretato da Gabriele Graham Gasco nel Delitto e castigo allestito alla Cometa di Roma dal regista Andrea Baracco? Sì e no. Per esempio l’indicazione di Dostoevskij è “se ne sta sdraiato senza far nulla”, ma l’attore si muove, si agita, in piedi, sdraiato, seduto, di nuovo in piedi, si arrampica due volte sulle scale poggiate al muro, ha movimenti e gesti frenetici. L’osservazione che “tutto gli è indifferente, tutto gli dà noia” non si concilia con questo Raskòl’nikov che se la prende tanto a cuore per ogni cosa e tanta rabbia mette in ogni atto. Non che Rodiòn debba parere Oblomov: il mite Il’ja Il’ič di Gončarov non si affaticherebbe di certo ad ammazzare la vecchia usuraia Alëna Ivànovna e incidentalmente la di lei sorellastra più giovane Lizaveta. Però tutta quell’energia del giovane attore non restituisce la complessità psicologica del personaggio, anche tenendo conto del fatto che, soprattutto quando si tratta dell’adattamento teatrale (firmato da Glauco Mauri e da lui messo in scena nel 2005) di un grande, di un immenso romanzo, pari a Guerra e pace di Tolstoj per ricchezza dei temi trattati, la scena ha da essere obbligatoriamente sintesi. Ma questa sintesi dovrebbe mostrare lo spirito dell’originale e lo spirito è sempre intero anche nelle sue singole componenti, anche in forma di sineddoche.
Nello spettacolo sembra mancare qualcosa nella parte per il tutto. La russkaya dusha, l’anima russa nella sua accezione spirituale, quasi mistica? Forse, ma le cose sembrano più complesse d’una locuzione facile sugli slavi del nord. Raskòl’nikov è travolto dal miraggio di una propria astratta superiorità a cui manca in effetti qualsiasi contenuto e si abbandona a un libertinaggio dello spirito. Ma spiritualmente, il giovane è una larva. Condizione diversa da quella che appare qui di un decadente. Non è un dandy russo (in questo caso mancato perché troppo povero) ma è un russo, con una mente peculiare per la quale la logica della teoria finisce per andare oltre la teoria stessa. Profondo è il percorso che il protagonista compie lungo tutto il romanzo alla scoperta della vera propria natura non di superuomo ma solo di uomo, fino alla confessione del delitto, la galera, l’amore per la prostituta Sonja, condotta al meretricio dall’alcolismo del padre Semën Zachàrovič Marmeladov e dalla necessità di dare da mangiare alla famiglia.
Rodiòn decide di andare incontro al suo destino, sostanziato dal secondo termine del titolo, il Castigo. Tuttavia, ancora una volta le cose non sono semplici, non si sta in presenza d’un banale percorso di redenzione. Il ragazzo non è un concentrato di luoghi comuni sulla gioventù che può ma non sa. Se così fosse Dostoevskij non avrebbe maggiore importanza d’uno scrittore da “romanzo dell’energia nazionale” alla Maurice Barrès, il cui primo libro della trilogia s’intitolava Les déracinés, Gli sradicati. Barrès, romanziere di sponda reazionaria, è un contemporaneo di Jean Jaurès, uno dei più importanti socialisti della storia francese. Nelle note sullo spettacolo si legge la seguente citazione di Jaurès: “Difendere la tradizione non significa conservare le ceneri ma tenere accesa la fiamma”. L’aforisma è usato ad indicare la storia della compagnia Mauri – Sturno che, dopo la scomparsa dei due fondatori, continua con questo allestimento la sua avventura. Ma si attaglia allo spettacolo e forse indica una strada per carpire qualcosa di un romanzo colossale e della fiamma interiore di Raskòl’nikov. Secondo lui il suo delitto si fonda sulla teoria che esiste il diritto di commettere un omicidio per il bene dell’umanità, ma non in chiave agostiniana di ex malo bonum, il bene dal male, ma nietzschiana prima di Nietzsche in quanto il suddetto diritto può essere esercitato da uomini “straordinari” al di sopra di quelli “ordinari”, da uomini cioè al di là del Bene e del Male, superuomini ante litteram. E qui nella mente dello studente interviene una figura fondamentale che ricorre anche in Tolstoj, Napoleone. Raskòl’nikov: “Il vero dominatore, a cui tutto è permesso, saccheggia Tolone, fa un macello a Parigi, dimentica un’armata in Egitto, spreca mezzo milione di uomini nella campagna di Mosca e se la cava con un bisticcio a Vilna; e a lui, dopo morte, innalzano statue – e quind’anche tutto gli è permesso. No, in siffatti uomini, si vede, non c’è carne, ma bronzo”. La grandezza dell’imperatore francese è garantita dall’infrazione alla morale comune così come l’assassinio della vecchia usuraia procede dalla stessa esigenza teorica e serve all’omicida per autocertificare il dominio delle proprie azioni. “Ebbene, ecco: io volevo diventare un Napoleone…. Per questo ho ucciso…”. Naturalmente il fallimento esistenziale di tale impianto teorico è inevitabile e il processo di purificazione mistica, fondato su un percorso di rinuncia ed umiltà, è il solo modo per stabilire un equilibrio nella disfatta. Tecnica della sconfitta.
Tale aspetto, che rappresenta una parte di questo monumento della letteratura mondiale, è presente nello spettacolo ma è soltanto detto e in un certo qual modo cade su se stesso perché appunto non è la mancanza di alcuni vasti temi a vulnerare l’operazione e nemmeno l’assenza di molti personaggi – l’importante figura della madre Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskol’nikova, per esempio – ma la fissità alla quale li condanna la messinscena, il fatto che la loro evoluzione è raccontata e non accompagnata da una direzione degli attori che confermi i cambiamenti. Si perde il legame, come il legame chimico che tiene insieme gli atomi, in grado di restituire unità ai vari aspetti di Delitto e castigo, ossia a testimoniare che quanto si vede, quanto la regia e l’autore dell’adattamento hanno scelto di mostrare, è una sineddoche, una parte per il tutto, la prua che evoca la nave e ne sancisce l’esistenza.
L’allestimento in sé, come fatto teatrale, è costruito con mestiere ma vive di un’atmosfera perennemente tetra come la stanza angusta d’uno studente indigente ma soprattutto come l’idea che la regia pare avere dell’anima del protagonista. Gli attori sono condizionati dalla cupezza della scena ed esaltano il lato oscuro dei rispettivi personaggi, quindi lo spettacolo scherma, per esempio, la luce nel cuore di Raskòl’nikov che non è duro ma tenero e aperto all’amore, alla pietà e alla generosità. Tutti gli attori sembrano un po’ à côté de la question, direbbe un francese come Jaurès, un po’ fuori tema, e l’idea è che la regia li abbia messi su una strada meno complicata rispetto alla complessità del ricco depravato Arkadij Ivanovič Svidrigajlov e del tronfio ignobile avvocato Pëtr Petrovič Lužin, ambedue interpretati da Woody Neri; di Dmitrij Prokof’ič Vrazumichin, detto Razumichin, l’amico leale di Rodiòn Romànovič restituito da Giulio Petushi; di Avdot’ja Romànovna sorella di Raskòl’nikov, chiamata anche Dunja, donna di grande bellezza fisica e morale affidata a Arianna Pozzi; mentre Sonja, angelo e prostituta, è Aurora Spreafico. Caratteri di enorme complessità, come anche il giudice istruttore Porfirij Petrovič, che manda avanti l’indagine poliziesca e deve condurre l’assassino alla confessione, interpretato da Paolo Zuccari in scena con un impermeabile bianco e dei modi da tenente Colombo. Però se fra la semplificazione e la sintesi corre una differenza, forse la regia ha comunque fatto bene a smagrire i personaggi.
