“I ragazzi che si amano”, uno spettacolo di e con Gabriele Lavia. Al teatro Eliseo di Roma

I RAGAZZI CHE SI AMANO

Troppo poche citazioni, Monsieur

Con la flebile speranza di non dimenticare nessuno, ecco la lista delle persone citate da Gabriele Lavia durante il suo show al teatro Eliseo I ragazzi che si amano: Jacques Prévert ovviamente visto che lo spettacolo è su di lui, poi “en vrac”, alla rinfusa (l’attore si diletta di parlare in francese quindi si è autorizzati a un po’ di buon idioma gallico), Marcel Carné, René Magritte, Elvis Presley, Pablo Picasso, i Beatles, Martin Heidegger, l’essere memore, Karl Jaspers, l’essere abbracciante, Hopper ma non l’attore Dennis bensì il pittore Edward seppure in simile situazione si potrebbe pensare anche a Grace Murray Hopper, matematica statunitense, oppure a Hopper, il capo delle cavallette in un film d’animazione di vent’anni fa, A bug’s life.
Per un istante c’è Fabrizio De André e si nominano anche: Guillaume Apollinaire di cui l’artista in scena offre il primo quatrain (quartina) e il distico in settenari del refrain (ritornello) di Sous le pont Mirabeau, Emily Dickinson e “quell’isolamento polare di un’anima / alla presenza di se stessa / Infinito finito”, poi uno dietro l’altro in veloce successione Serge Reggiani, Gilbert Bécaud, Charles Aznavour. Con più calma invece passano Albert Camus, Jean- Paul Sartre in vari momenti, la compagna Simone de Beauvoir (citata una sola volta, era donna), Platone, un bel po’ di Platone nella sua caverna, arrivano anche Socrate, Michel Foucault, Angelus Silesius e la sua famosa rosa (“La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce”), ed Eraclito. Però Jean Gabin nella vita non fumava le papier maïs né le Gauloises, come dice l’attore. Fumava due pacchetti al giorno di Gitanes non gialle e uno di Craven A. Lo scrive il suo biografo Jean-Jacques Jelot-Blanc in Jean Gabin inconnu. L’errore è serio: confondere Gitanes e Gauloises in Francia è come sbagliare fra Coppi e Bartali, Ms e Nazionali 80, Gassman e Mastroianni, Delon e Belmondo, la vasca da bagno e la doccia.
Ci sono in giro per lo spettacolo anche un po’ di parole greche, nessuna in latino né in ladino e nemmeno in lingua d’oca però Lavia è gran fine dicitore e non fa papere. All’inizio dello spettacolo abbassandosi a dare colpetti alle tavole sulle quali s’esibisce, l’attore pronuncia la parola logeion – più precisamente lui dice λογεῖον. Ne chiede alla platea il significato, si risponde da solo “palcoscenico” e chiarisce che viene da lògos, anzi λόγος, “parola, discorso, ragione”. Verissimo. Un prologo (pro-logo) che serve evidentemente al solista per avvertire lo spettatore che di parole ne dirà tantissime, un fiume lungo un’ora e quaranta di monologo (mono-logo): non è uno spettacolo, è un potamologo (potamòs, fiume). Lavia omette di ricordare che il teatro è anche il luogo dello sguardo e viene da “theatron”, propriamente il posto destinato agli spettacoli, derivato dal tema di theaomai – che significa “guardare”, “osservare”, “contemplare” “essere spettatori” – da cui si arriva a thauma, “meraviglia” “portento” “miracolo”. Quindi nel theatron Eliseo per degli spettatori concentrati nel theaomai si sta esibendo un thauma, Gabriele Lavia.
Tutto questa cascata di nomi e citazioni è per un francese di più di cinquant’anni un’erudizione da penultimo e, per quanto riguarda la filosofia, ultimo anno di liceo classico che oltralpe si chiama “classe terminale” perché il divertimento è finito e ora si va a lavorare o all’università. Per un italiano, un italiano sofisticato però, si tratta dell’isola dei sogni d’arte e di cultura, del paradiso esistenzialista parigino del dopoguerra e di un mare della nostalgia per gente che ama i grandi spazi del pensiero. Poi siccome lo spettacolo tutto sommato dovrebbe occuparsi in special modo della poesia di Jacques Prévert, che è stato poeta assai importante nel Novecento francese, o meglio parigino, ed oggi è finito un po’ in ombra, il solista dice varie sue liriche. Una delle più famose è la bellissima Per te amore mio ma c’è anche La meteora che fa “E il prigioniero / tutto schizzato di merda / risplende / illuminato in pieno dalla gioia / Lei non si è dimenticata di me”. Un capolavoro. Prima colazione: “Lui ha messo / Il caffè nella tazza / Lui ha messo / Il latte nel caffè… E se n’è andato / Sotto la pioggia / Senza parlare / Senza guardarmi, / E io mi son presa / La testa fra le mani / E ho pianto”. Icastico, dal greco eikasticos, efficacemente descrittivo, rappresentativo. Fra le altre c’è anche Barbara che deve ricordare quel giorno quando “Pioveva senza tregua su Brest / E t’ho incontrata in rue de Siam”.
Lavia non poteva che chiudere con Les feuilles mortes che è una canzone e qui ci sarebbe da folleggiare al gioco delle citazioni, l’hanno cantata tutti, Yves Montand, Juliette Gréco, Richard Anthony, Andrea Bocelli, Dalida, Grace Jones, Françoise Hardy, Bernard Lavilliers, Marcel Mouloudji, Édith Piaf, Iggy Pop e nella versione inglese intitolata Autumn Leaves, Eric Clapton, Frank Sinatra, Nat King Cole, Eartha Kitt, Tony Bennett, Barbra Streisand, Susan Boyle, Jermaine Jackson, Bob Dylan, Jerry Lee Lewis. Alla fin fine però cosa c’è  nello spettacolo di Gabriele Lavia? Un po’ di esistenzialismo francese che comunque mantiene un posticino nei nostri cuori seppur non sia più di moda, l’amore che anch’esso sta nei cuori malgrado sia sempre di moda ma non abbia più modi, la vita che necessita del muscolo cardiaco, la memoria che nell’antichità aveva sede nel cuore (infatti “ricordare” viene da cor, cordis, cuore), l’essere umano che molto spesso è senza cuore. Insomma, uno spettacolo accorato. E “accorare” è l’anagramma di “Cara, c’ero”.

Marcantonio Lucidi,
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