“Scende giù per Toledo” di Giuseppe Patroni Griffi, regia e interpretazione di Arturo Cirillo. Al teatro biblioteca Quarticciolo di Roma

Arturo Cirillo

Dai bassi su per l’amore

A vedere la messinscena di Scende giù per Toledo, che Arturo Cirillo regista e interprete monologante ha portato, per pochi giorni purtroppo, al romano teatro biblioteca del Quarticciolo, ci sarebbe da chiedersi retoricamente se per caso negli ultimi quarant’anni non abbia vinto il bigottismo reazionario di chi non vuole che del proprio corpo ogni essere umano faccia ciò che crede. È del ’75 il testo di Giuseppe Patroni Griffi, così crudo e al contempo dolce, feroce e misericordioso, grottesco e poetico, osceno e delicato, sul femminiello napoletano Rosalinda Sprint che pratica il meretricio e cerca l’amore, lo cerca disperatamente col cugino il giorno del funerale del padre o con tale feroce Gaetano. Chi, caratterizzato da uno stigma di diversità, di devianza, agogna a sentimenti e tenerezza, e comprensione, passione, compassione, attraverserà inferni inauditi e sarà preda corporale di coloro che additano e godono. È nel sondare l’erotismo di un’anima che soffre nella pornografia del prossimo – d’un genitore che dà del ricchione al figlio – lo stupro di Patroni Griffi a una società dal torbido ansimare su ciò che si giudica una depravazione, nella quale tuffarsi però e senza dirlo a mammà.
Cirillo che sceglie Scende giù per Toledo dice ai bigotti d’oggi, reazionari o progressisti, eterosessuali o gay, che la violenza sta nel trattare l’essere umano come mero corpo, nell’indifferenza e persino nel disprezzo per chi lo abita. Nella volgare lotta fra lobby d’una parte e dell’altra, battaglia da corsia ospedaliera fra provette, inseminazioni, uteri in affitto, chirurgia per cambi di sesso, lo sguardo è morbosamente fiso sull’omosessuale ed ignora a bella posta “l’amosessuale”, essere di carne e d’amore al quale un bel giorno uno spazio si dovrà pur trovare in qualche modo. Perché ognuno ha diritto di libertà dentro e con il proprio corpo, senza negarlo e senza imporlo.
L’attore in scena offre libertà: non afferma un verbo gay, non dice del bene e del male, del morale e dell’immorale, del diritto o della colpa. In tenuta “da lavoro” – trucco pesante, stivaloni bianchi a mezza coscia, minigonna (maschera, vertigine e promessa) – Rosalinda Sprint, che viene dai bassi e scende nelle camere a ore, ha un’anima che solca altezze eteree di passione. Su questa frontiera corre lo spettacolo: fra la materia viva del mondo, putrescenza ribollente di umori umani, e l’anima sognatrice del femminiello, essenza desiderante di amori umani. Ed è così che Cirillo fa vibrare la platea, oltre l’ottima tecnica, i gesti e tempi precisi, laddove nasce quella particolare poesia dell’attore, sovrapposta alla poesia dell’autore, che scaturisce da una danza con il personaggio, non identificazione, recitazione, soluzioni ma abbraccio, interpretazione, compassione. Proprio uno spettacolo sull’essere umano e sulla misericordia.

Marcantonio Lucidi,
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