“Gli elefanti nella stanza” di e con Francesca Astrei. Al teatro India di Roma

Astrei

Imperfetta è la vita dell’amore perfetto

Malgrado abbia vinto l’anno scorso il premio Ubu come migliore attrice / performer under 35, Francesca Astrei sembra essere con il monologo da lei scritto e interpretato Gli elefanti nella stanza, in scena all’India di Roma, un’artista che dimostra il suo valore ben oltre le medagliette. Certamente il suo spettacolo sull’handicap è politicamente corretto, l’aspetto morale inappuntabile, la critica alla società pacata e conciliante, tutto soffuso di buona educazione su un tema doloroso per i familiari, spinoso per le poco commendevoli istituzioni pubbliche, peloso per gli altri, la gente ipocritamente compassionevole. Però è un monologo poetico, scritto con molta umanità e assai ben restituito in scena da Astrei che racconta attraverso la madre e la sorella di una disabile, Nina, una vita complicata, anche penosa, ma piena d’un amore, d’una sollecitudine, d’una cura precluse a chi non ha la sventurata fortuna, la sfortunata ventura, di attraversare un’esperienza di tale intensità. L’episodio dell’automobilista imbecille e cafone che occupa il parcheggio riservato ai disabili e la storia della lezione di nuoto in piscina con le considerazioni della madre di un altro bambino che vuole per Nina la corsia separata, sono piccoli esempi di una miserevole maleducazione morale. I racconti di vita quotidiana, il tentativo di fare entrare nella giornata il lavoro, la casa, la bambina con i suoi problemi, l’altra figlia, i medici, di tutto e di più, danno la misura della solitudine, nessuno ad aiutare, certamente non lo Stato, neanche il maschio c’è, chissà dov’è.
Il titolo si riferisce alla famosa filastrocca “Un elefante si dondolava sopra un filo di ragnatela e trovando la cosa interessante, andò a chiamare un altro elefante”, cantata fino a raggiungere migliaia di elefanti per fare addormentare la piccola disabile che intanto cresce, il tempo implacabile spinge senza sosta le giornate una dietro l’altra e s’arriva ai diciotto anni di Nina. La descrizione della festa con il lungo passaggio della madre che ringrazia i presenti è il momento più debole del monologo che fino a quel momento ha trovato la sua poesia nella vita, nella forza, la disperazione, a volte la rabbia, la dolcezza, e ora si indebolisce nel sentimentalismo, nella retorica. È una trappola da cui però il finale esce per lasciare nello spettatore una sensazione di pulito, come quando dopo avere assistito a una qualche manifestazione di umana bestialità, ad esempio una rissa fra automobilisti per un parcheggio, si va a far un bagno per togliersi di dosso la morchia di volgarità. Pulita tecnicamente, scorrevole, vivace, ritmata, duttile, soprattutto capace di suscitare emozioni, è la prova attorale di Francesca Astrei, attrice da seguire nella speranza di vederla in situazioni teatrali drammaturgicamente più complesse di un monologo.

Marcantonio Lucidi,
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