“Il misantropo” di Molière, adattamento, regia e interpretazione nel ruolo del titolo di Vincenzo Zingaro. All’Arcobaleno di Roma
La grandezza involontaria del teatro irrappresentabile
Come se avesse messo zucchero nel vino, Vincenzo Zingaro adattatore, regista e interprete nel ruolo del titolo ha cambiato il finale asprigno d’una commedia perfetta di Molière, Il misantropo, alterandone il significato con un epilogo sentimentalmente zuccheroso. Tuttavia non è questo il punto: andare al teatro Arcobaleno a vedere l’allestimento di questa opera in cinque atti è come fare un tuffo negli anni Settanta. All’epoca, una compagnia di teatranti formata dal cavalier Bruno Emanuel Palmi e da Bianca D’Origlia, marito e moglie, si esibiva in un teatrino di Borgo Santo Spirito, dietro il Vaticano, al numero 11 di via dei Penitenzieri. Una sala di “pubblica onesta ricreazione” voluta nel 1954 dalla “magnificenza di Sua Santità Pio XII”. Assistere a uno spettacolo in quel teatro era invece un tuffo negli anni Trenta, quando la D’Origlia – Palmi si distingueva con i suoi successi in tutta la provincia italiana. Facevano degli Shakespeare, dei Sem Benelli, delle dannunziane figlie di Iorio e La nemica di Niccodemi con uno stile ottocentesco pedantissimo e ampollosissimo. Drammoni, commedie, tragedie con duelli, intrighi, gelosie, agnizioni, amori sacri e profani. Ma i loro pezzi forti erano le vite dei santi che scriveva la figlia Anna Maria Palmi. «Scignore scialvami! La carne è debbole!», gridava Santa Rita da Cascia davanti a Satana il tentatore che faceva roteare in mezzo alla scena la sua cappa nera. All’apparizione della Madonna di Lourdes entrava una Bernadette cinquantenne con le trecce di stoppa e il cestino di fiorellini che caracollava in scena canticchiando e facendo finta di niente per fermarsi di botto con la faccetta sorpresa e gli occhi sgranati di fronte all’epifania.
Era un teatro irrappresentabile, di toghe bianche, mantelli rossi e spade di latta piegata, apparizioni di madonne, fiori di plastica, biglietti strappati che cadevano con effetto “petali di rosa” sui corpi delle sante defunte. Quello era il vero teatro povero, altro che Grotowski, senza fondali, dei cristi in croce per scenografia e catene di ferro da trascinare ad annunciare l’entrata del diavolo. Quando il legionario romano si mostrava in scena con l’orologio al polso, la platea si sgrullava di piacere e di sfottò. «Maleducati!» – urlava il legionario. Nelle prime file sedevano monachelle in estasi alle apparizioni delle madonne, tremanti di fronte al demonio che ringhiava, rabbiose e sdegnate per le pernacchie degli agitatori blasfemi stravaccati nelle poltrone di fondo sala. La D’Origlia-Palmi aveva però i suoi estimatori, Paolo Poli che trovava materia d’ispirazione nel colossale kitsch teatrale di quei «Rromeo, Rromeo, perché scei tu, Rrrromeo?». Molti andavano matti per quel teatro di grandezza involontaria: Giancarlo Cobelli, Andrea Zanzotto, Sylvano Bussotti, Alberto Arbasino. E Carmelo Bene: “Visitavo questo luogo ameno di clamorosa teatralità, dove in seguito gli stolidi, incolti intellettualoidi romani si presentavano a deridere quelle storie di santi, di carretti, di Shakespeare stravolti in apoteosi, di Amleti che cominciavano a Elsinore e finivano a Cascia… Ecco, io trovai lì in pieno lo stupore… Erano formidabili derisioni ai danni dell’identico, che così veniva minimizzato dai pantografi del vuoto di memoria … Non era mai in agguato, in quel teatro irrappresentabile davvero, il fantasma imbecille della confezione. Un teatro di questa grandezza, anche se involontaria, io non l’ho più veduto”.
Il misantropo di Vincenzo Zingaro non ha ancora raggiunto una simile grandezza, anche involontaria, né al momento ha rappresentato il teatro irrappresentabile e trovato finalmente il Carmelo Bene che lo conduca alla rivincita sugli intellettualoidi romani.
