“Viaggio a Hong Kong”, testo e regia di Pascal Rambert. Interpretazione di Sandro Lombardi. All’India di Roma
L’ultima notte d’amore
Ci sono due modi di osservare Viaggio a Hong Kong, monologo scritto e messo in scena dal francese Pascal Rambert che dirige all’India di Roma Sandro Lombardi. Il primo è con la testa, il secondo con il cuore.
La testa dice che lo spettacolo è un fiume di lacrime lungo e retorico, un pianto moderato dalla pena. Racconta di un celebre e anziano scrittore che in una stanza d’albergo di Hong Kong parla alla fotografia del compagno morto un anno prima. L’uomo rivanga cinquantacinque anni di vita meravigliosa, immerso insieme all’altro in un amore intensissimo, profondissimo, dolcissimo. Un soliloquio come un barattolo di miele corretto allo sciroppo di zucchero. Mentre si prepara per la sua ultima notte con farmaci, droga e bicchieroni di alcol, deciso a lasciare questa valle piena delle sue lacrime, riordina le idee e soprattutto i ricordi di un infinito amore finito. Infatti, il titolo originale di Viaggio a Hong Kong, che Rambert dichiara di avere scritto per la dolcezza, l’amore e il talento di Sandro Lombardi, è Ranger, che in francese vuol dire sistemare, mettere ordine. Il monologo andò in scena nel 2023 alle Bouffes du Nord di Parigi con Jacques Weber. Nel testo interpretato dall’acclamato attore d’oltralpe, il protagonista non aveva perso un compagno ma una moglie. Cambiare la nazionalità del personaggio da francese a italiana non altera il contenuto e il senso del testo, ma modificare il sesso della defunta suggerisce che questo amore non è totale, infinito, cieco ma vede benissimo il messaggio. L’amore assoluto è al di sopra delle questioni di genere e non si capisce in tanta adorazione e sofferenza la ragione, se non strumentale, di rendere il protagonista omosessuale. Questa forzatura che sembra funzionale a ribadire l’ovvio, ossia che anche gli omosessuali sono capaci di un amore supremo, rende meno ovvia questa verità attraverso il bisogno di riaffermarla e, nella scoperta della manipolazione, falsifica l’intento del testo originario di mostrare la dolorosa poesia della sofferenza amorosa. La poesia ha il sesso degli angeli.
Il cuore invece sostiene che il teatro è un posto dove si va per ridere o piangere; che Viaggio a Hong Kong contiene anche momenti umoristici; e che Sandro Lombardi è compiutamente dentro il personaggio, perfettamente consapevole delle parole che dice, portatrici di un sentimento simbiotico in un sogno di eternità e di un’idea dell’esistenza come pienezza e finitudine. È un monologo sull’amore, sull’assenza e sulla solitudine, la storia di un uomo colto in una condizione di eccezionale autenticità, alla frontiera fra la vita e la morte, ed esplorato nella sua profondità e nella sua verità. “Faccio quello che piace a te”, dice il protagonista alla fotografia del suo amore. “Faccio quello che piace a te. Mi fa stare bene”. Si evoca Charles Aznavour che in Hier encore canta “I miei amori sono morti / prima di esistere” mentre stavolta l’amore è vivo prima e dopo l’esistenza. Fuori dalla stanza ci sono le cose gravi, Hong Kong e la Cina, la storia, la politica, la rivoluzione, gli orrori; e le stupidaggini, il premio (più brutto di una lapide) che lo scrittore ha ricevuto, il festeggiamento che ne è seguito, i problemi di traduzione in cantonese, i giornali italiani con i loro corrispondenti. È la vita che viene e va, trascinando catastrofi assieme a sciocchezze, con qualcosa di amaramente buffo nel suo andamento. Questo movimento di ironia e di tristezza che l’arte interpretativa di Sandro Lombardi esprime a flussi, a onde, questo mare di malinconia che qualsiasi vivente dotato d’anima vede e riconosce è l’orizzonte dei nostri giorni. La quietudine e la lucidità della disperazione rimandano a un amore al di sopra di ogni contingenza, lo osservano come visione e come canone dell’essere. La dolcezza della fatale decisione è allo stesso tempo una rivolta contro il destino e un’accettazione del fato. Si muore, anima mia, allora vengo con te.
