“Lenny, ipotesi di un omicidio” di Giuseppe Pavia. Con Antonello Avallone anche regista e Giulia Di Quilio. Al teatro Marconi di Roma
L’angelo dalle ali di legno
In un night di New York, una sinuosa ragazza si esibisce in uno spogliarello. Durante la rappresentazione offrirà un secondo strip-tease abbastanza inutile ai fini della storia raccontata ma efficace dal punto di vista, diciamo così, della spettacolarità. Sono giochi naturalmente, non volgari, per tenere sveglio il pubblico – accontentare i maschi e forse fastidiare le donne – mentre la scena saffica che arriva a un certo momento ha un’effettiva valenza drammaturgica e riguarda il secondo tema dello spettacolo, l’amore. La spogliarellista bisessuale si chiama Honey Harlow ed è la moglie molto amata di un grande artista dei palcoscenici americani degli anni Cinquanta e Sessanta, Lenny Bruce, interpretato al teatro Marconi di Roma da Antonello Avallone anche regista di Lenny – ipotesi di un omicidio, scritto da Giuseppe Pavia e ispirato al film del ’74 di Bob Fosse con Dustin Hoffman.
Al secolo Leonard Alfred Schneider, nato nel 1925 da famiglia ebraica, morto per overdose di morfina nel ’66, forse droga appositamente tagliata male e a lui destinata, dunque assassinato come suggeriscono il titolo e il testo, Bruce è un papà della stand-up comedy e un fratello della controcultura rivoluzionaria americana di quegli anni. Sicuramente il più coraggioso e feroce contestatore del sistema, della borghesia, della politica e dei costumi della sua epoca. Bastano due o tre esempi per capire cosa faceva, cosa diceva questo magnifico distruttore di convenzioni, convenienze, connivenze: “La signora Eleanor Roosevelt ha attaccato lo scolo a Primo Carnera”. Oppure: “Voi mi accusate perché parlo di tette e di culi, quindi sono osceno e offensivo. Invece la cosa oscena e offensiva è quando pubblicano delle foto dove si vedono donne con tette e culi prese a fucilate, bruciate e martirizzate dal nostro esercito americano in nome della libertà in Vietnam”. Lenny Bruce dal palco del night parla di tutto ciò che dà fastidio al perbenismo dell’America dove è nato il maccartismo. “Stasera sono riuscito a non dire mai la parola frocio” e ancora: “Se il Presidente degli Stati Uniti apparisse in televisione e dicesse: stasera vorrei presentarvi i negri del mio governo. E continuasse a ripetere tutti i giorni negro negro negro negro negro, ecco che la parola negro non significherebbe più nulla e non vedremmo un bambino di sei anni piangere perché qualcuno l’ha chiamato negro”. E poi il sesso, la religione, le parolacce, le ingiurie quindi i tribunali. Nello spettacolo parte rilevante ha il procuratore distrettuale di Manhattan interpretato da Riccardo Barbera, attore che è come i documenti che accompagnano una lavatrice nuova, dentro c’è la garanzia, e le parti a lui affidate vengono sempre pulite, nitide.
Bob Dylan canta Lenny Bruce e si sente la tromba di Miles Davis intonare ’Round Midnight: sono le musiche di quel mondo, feroce non più e non meno del nostro, però Duke Ellington al pianoforte e John Coltrane al sassofono stanno suonando In a Sentimental Mood. Flaminia Fegarotti in scena interpreta These Boots Are Made for Walkin’ – portata al successo da Nancy Sinatra – e un famoso standard composto nel ’31 da Herman Hupfeld, As Time Goes By, che in Casablanca Sam cantava per Ilsa Lund (Ingrid Bergman): “It’s still the same old story / A fight for love and glory / A case of do or die / The world will always welcome lovers / As time goes by”. (È sempre la solita vecchia storia / Una lotta per l’amore e la gloria / Una situazione di vita o di morte / Il mondo accoglierà sempre gli amanti / Col passare del tempo). È lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, anzi l’anima del tempo che lo spettacolo vuole restituire.
Il senso della messinscena non sta solo nella sua valenza biografica. Anche perché la vita di Lenny Bruce è stata ancora più complessa di quanto racconta il dramma: l’infanzia con una madre ballerina e attrice, la Seconda guerra mondiale combattuta in marina, la strana storia d’una raccolta di fondi per i lebbrosi della Guyana britannica che portò al suo arresto con l’accusa di accattonaggio. L’autore unisce i due temi della ribellione e della passione amorosa e civile. In questo modo definisce Lenny Bruce sostanzialmente come un eroe romantico, una specie di Cyrano americano e novecentesco, innamorato e contestatario fino all’autodistruzione. I sarcasmi, le volgarità, gli insulti di questo artista di cabaret verbalmente violento nascono dalla temerarietà che appartiene agli angeli che volano con le ali di legno dell’indignazione. Cadranno.
L’interpretazione che offre Avallone non sceglie la via facile della macchietta trasgressiva, del parolacciaro anticonformista a chiamata, ma conferisce al personaggio la dignità e lo spessore dell’uomo in rivolta addolorato dall’ingiustizia del mondo. Mostra il tragico che si cela nel comico, la gravità del giullare, la condanna che il folletto interiore, un demone agitato, commina al suo posseduto. Il servo della libertà sconta una pena che il servo del potere non conosce. È evidente che all’attore premeva di portare in scena la figura di Lenny Bruce e malgrado la passione, probabilmente anche la fascinazione che prova per il personaggio, egli non cade nella tentazione dell’imitazione, preferisce restituirne lo spirito dimostrando, senza forzare, una personalità d’interprete.
Honey è Giulia Di Quilio, attrice e artista del burlesque. Su questa forma di spettacolo si possono scrivere trattati riguardo al rapporto fra erotismo e oscenità, assoggettamento e libertà, seduzione e irretimento. Quello che conta nello spettacolo è l’assenza di bassezze a vantaggio d’una malìa giocosa, di un sex-appeal ironico della signora Di Quilio. Davanti al corpo femminile in progressivo svelamento, il maschio può diventare più cretino del solito ma si salva se coglie l’umorismo che la donna gli offre. L’attrice in sede di interpretazione del personaggio non fa rimpiangere la performer e costruisce una Honey di miele, di femminilità dolce, però tossicodipendente anche lei e, come suo marito Bruce, sempre seguita da una propria ombra tragica.
La scena girevole di Alessandro Chiti è perfetta per lo spettacolo, riproduce da un lato un night con il bar e le bottiglie di alcol, dall’altro il camerino degli artisti. I costumi di Red Bodò danno idea del periodo storico di Lenny Bruce e di Honey, dell’ambiente nel quale vivono e del mestiere che fanno. In scena anche Giuseppe Renzo e Francesca Cati.
