“La Chunga” di Mario Vargas Llosa, regia di Carlo Sciaccaluga con Debora Bernardi, Francesco Foti e Francesca Osso. All’India di Roma
A teatro la letteratura è una stola d’ermellino
al collo di Yorick
La Casa verde è il miglior bordello della città peruviana di Piura, a cinquanta chilometri dall’oceano Pacifico. Nel 1945 il destino della bella, sensuale, giovane Meche innamorata di un pappone, Josefino, è di finire lì dentro, tutto il giorno a togliersi reggiseni neri e masticare caramelle al tamarindo. Josefino gioca a dadi ai tavolini del bar gestito dalla Chunga, che in spagnolo significa losca. Un posto per i tifosi di calcio che vanno allo stadio, gli aficionados del pugilato, i soldati della vicina caserma Grau. E per questi quattro maschi beoni, selvaggi da bar malfamato che chiamano se stessi ”gli inconquistabili” – viene da ridere di simili sbruffoni tronfi – e schiamazzano, sghignazzano, tirano i dadi accanto a un piattino pieno di banconote. Il cactus piurano, come la padrona è soprannominata, se ne sta su una sdraio con le ciabatte ai piedi e gli occhi chiusi, nemmanco li guarda, con le orecchie controlla questo quartetto di sgovernati da Dio, fra i quali Josefino che perde male e forte, ha i capelli grigi impomatati e l’aria da sciupafemmine: amerindias, mestizas, criollas, poco importa. Meche però, sui suoi tacchi a spillo, le gambe lunghe e la pelle bianca come la crema di peonia, è una femmina vendibile per continuare a giocare. Vale una bella cifra, tremila soles, la moneta dei peruviani che hanno per padri della patria un argentino, José de San Martin, e un venezolano, Simón Bolivar. I denari li tira fuori la Chunga, è una tortillera, una lesbica, odia i maschi e visti gli esemplari che ha davanti c’è da capirla. Gli altri tre non sono meglio del magnaccia, ce n’è uno sbandato che ha i capelli sozzi come il cherosene per le lampade ma non brilla d’intelligenza, neanche il terzo luccica e non si capisce bene cosa fa nella vita mentre il quarto, vigliacchetto e servile, forse è il meno peggio con la sua aria da verme schiacciato. Stanno con le due donne dentro a questo abbeveratoio da birra di una periferia sudista scenografato da Anna Varalo per l’allestimento de La chunga, dramma che Mario Vargas Llosa trasse da una costola del suo romanzo La casa verde e che il regista Carlo Sciaccaluga dirige all’India di Roma. Adesso che ne ha comprato il corpo, il cactus piurano porta la Meche nella sua camera da letto sita sopra al bar, come una scolopendra che trascina una lucertola nella sua tana per divorarla.
Da adesso in poi nessuno sa cosa succede realmente perché le testimonianze dei personaggi divergono – discordanze che alzano l’interesse per la storia – ma lo spettacolo si fa un po’ confuso nell’esposizione dei fatti, con qualche lacuna esplicativa che lo rende meno godibile. Però insomma l’incredibile e triste storia della linda Meche e della Chunga desalmada, spietata, è torbida come le acque del rio Piura che attraversa la città: la verità e la menzogna passeggiano a braccetto, la memoria è come la puttana, di tutti e di nessuno, il passato e il presente sono fibre intrecciate d’una corda di canapa per impiccare gli ingenui, i maschi non vivono da uomini ma da canagliette vanagloriose e stolte, la femmina invece è sempre donna, mujer vertical.
Meche è sparita, non si sa dove è andata, quindi non smentisce i diversi racconti di quanto è successo nella camera da letto. Non importa, la realtà rotola come i dadi, una volta viene pari, la successiva dispari. Riguardo il significato del dramma di Vargas Llosa, nulla di sorprendente. E quando Meche e la Chunga si mettono a parlare della vita, degli uomini, dell’amore, il dialogo si fa letterario e in scena la letteratura, anche di un Nobel, rischia di assumere un tono cogitabondo che sta al teatro come una stola di ermellino al collo di Yorick.
A interpretare Meche Francesca Osso che è entrata nel personaggio e ne ha tirato fuori il necessario e il possibile, la sensualità, la dolcezza, la femminilità senza smancerie e maniere. Attrice interessante, giovane e già abile nel mestiere per tecnica e sensibilità. Francesco Foti è Josefino al quale dà il carattere carnivoro e ribaldo d’un avventuriero da bar, bravo a far vedere che sotto le spacconate c’è il poveraccio. Debora Bernardi è Chunga e qui la difficoltà sta nel caratterizzare restando nella psicologia e senza scendere nella macchietta d’una capitana Matamoros per giunta lesbica. Il personaggio è cinico, disincantato, quasi misantropo però con un’umanità che l’interprete sa mostrare. Giovanni Arezzo nella parte di “Scimmia”, Franz Cantalupo che fa Josè e Liborio Natali Lituma, centrano tutti il proprio ruolo e danno a riflettere su un paio di punti. Il primo: la regia monta numerose controscene “en ralenti” oppure immobili che per ripetitività e durata diventano stucchevoli e riducono la prova degli attori impegnati in queste trovate artificiose a presenze inutili e distraenti rispetto all’azione. Il secondo: come avviene in molti casi gli attori italiani appaiono più forti dei drammi e delle regie, a dimostrazione implicita che spesso sono usati male per testi di qualità teatrale non eccelsa.
