“Brokeback Mountain” di Ashley Robinson dal racconto di Annie Proulx, regia di Giancarlo Nicoletti. Con Edoardo Purgatori e Filippo Contri. Al Quirino di Roma
Romeo e Romeo
La scena del bacio fra i due protagonisti di Brokeback Mountain Ennis e Jack quando dopo quattro anni si ritrovano venne censurata dalla Rai in occasione del passaggio televisivo del film l’8 dicembre 2008. Tagliate anche le effusioni fra i due uomini e il primo rapporto sessuale che quanto a nudità era casto come il rosario d’una monaca. La faccenda fece molto ridere all’epoca, soprattutto perché notoriamente i costumi d’un buon numero di habitués della televisione statale erano e sono tutt’oggi più omosex di quelli di Frank-N-Furter. Per carità, quasi tutti velati, come si dice, criptogay, nascosti insomma. Poi c’era da sghignazzare come iene al pazzesco colpo di genio che aveva spinto i responsabili della “più importante industria culturale del Paese” – piace tanto a quelli dei canali pubblici definirla così – a programmare I segreti di Brokeback Mountain (questo il titolo italiano) proprio il giorno dell’Immacolata Concezione. Grandi cervelli a viale Mazzini, però prenderli in giro è come sparare sui chierichetti.
Vincitore del Leone d’oro, di tre Oscar, d’una cascata di Bafta, Golden Globe e altri premi, il film di Ang Lee è del 2005 quindi sono passati oltre vent’anni e le cose sono un po’ cambiate anche se non del tutto trascorse. Tratta come il film dal racconto scritto nel ’97 da Annie Proulx, la versione teatrale di Ashley Robinson è in questi giorni al Quirino di Roma con la regia di Giancarlo Nicoletti. Gli spettacoli in effetti sono due, la messinscena vera e propria e il pubblico di abbonati alle “prime” del teatro Quirino di Roma che non è propriamente queer. In uno spettacolo dal vivo le cose sono più concrete, anche più crude, che in un film ma la rappresentazione è ammorbidita, non per timor di scandalo ma per magia teatrale, dalla gran bella voce di Malika Ayane, chiamata dal regista ad interpretare le canzoni che compongono la colonna sonora. Le due signore in collana di perle e un po’ di luccichii alle dita, abitanti abituali di due poltronissime, sono rimaste impassibili al momento delle varie effusioni e dell’amplesso gay. Bisogna tenere presente che a Roma solo la virtù è scandalosa.
Il dramma s’avvantaggia d’essere in primis una bella storia d’amore e come tale la regia lo tratta confermando il significato del testo, ossia che i sentimenti sono universali e trasversali. Lo spettacolo non nega al pubblico un po’ di sentimentalismo e di lacrima, d’altronde a teatro anche le abbonate vanno o per ridere o per piangere.
A chi non ricordasse il film si può dire che Jack ed Ennis sono due cowboy di diciannove anni che vengono ingaggiati come pastori per portare al pascolo un gregge di pecore. Wyoming, America profonda, rurale, povera, arretrata anche civilmente, una rapida citazione a John Kennedy che non vuole andare via dal Vietnam e si sta nei primi anni Sessanta, precisamente nel 1963. I due giovani hanno caratteri diversi, estroso e temerario Jack (parte affidata a Filippo Contri) che gareggia anche nei rodei di tori; più chiuso e cauto Ennis (Edoardo Purgatori). Si scoprono e s’innamorano nel corso di quell’estate in montagna. I due interpreti riescono in un’operazione non banale neppure oggigiorno che i due decenni dal film sono passati (ma non del tutto negli ambienti più trogloditici della società): dare ai loro personaggi una forte passionalità senza però brandire il vessillo dell’omosessualità trionfante. Il rischio c’era perché ai tempi in cui Proulx scrisse il racconto e successivamente Ang Lee girò il film, ribadire fin quasi all’insistenza la fisicità dei protagonisti, la loro attrazione sessuale, aveva valore di dichiarazione forte d’una realtà che non si voleva vedere e di lotta contro i soprusi, l’ipocrisia e l’intolleranza (l’avversione, l’odio, la fobia). Ma insistere su questo punto oggi che le cose sembrano (sembrano) migliorate, comporta il pericolo di rimarcare implicitamente la differenza e riportare così l’omosessualità nel recinto della diversità. Chi mastica un po’ d’inglese individua l’acre sottinteso del titolo, ma in Brokeback Mountain l’amore si svolge in quanto amore e non amore omosessuale. È la società dei primi anni Sessanta della vicenda fino ai Novanta in cui fu scritto il racconto e al 2005 della pellicola che vede in quell’amore una devianza da condannare, anzi da sopprimere.
Alla fine dell’estate sulla montagna, i due si separano, la storia è stata bella, emotivamente complessa, e ognuno torna alla propria vita. Si rivedono dopo quattro anni di matrimoni e figli, però il loro amore non era una parentesi, una sbandata gay da chiudere nelle più nascoste stanze della memoria. Chi ricorda il film sa cosa succede dopo il loro secondo incontro e non è necessario servirgli la trametta; agli altri invece non è giusto rivelare il seguito ma la morale è la seguente: mai perdere l’occasione donata dalla vita di correre dietro all’amore. Anche se la situazione è difficile e il mondo ostile.
Ovviamente questo genere di dramma americano non si risolve che nel teatro naturalistico. Può piacere o non piacere, l’importante è farlo bene sia in sede di regia che d’interpretazione. Giancarlo Nicoletti organizza lo spettacolo come si deve, secondo il criterio del teatro ben fatto, scenografia di Alessandro Chiti descrittiva, costumi giusti di Giulia Pagliarulo, luci curate di Giuseppe Filippono, tutto di mestiere. Anche la band al servizio di Malika Ayane sa come si fa e lo sa fare: Marco Bosco (piano), Giacomo Belli (chitarre), Giulio Scarpato (basso e contrabbasso) e Mimosa Campironi (armonica e chitarra). Campironi è anche interprete nella parte della moglie di Ennis. Offre una prova singolare perché affronta e risolve i passaggi difficili con sicurezza e intensità, mentre sembra disinteressarsi di altri assai più semplici, magari con battute di servizio. In scena anche Matteo Milani.
Nello stile naturalistico, i due protagonisti Contri e Purgatori stanno a loro agio, si muovono bene, tempi precisi, battute calibrate. Tutto giusto questo spettacolo, lascia dubbiosi la necessità di mettere in scena oggi un dramma che nella sua maniera di combattere la discriminazione risente del tempo.
