“Candide” di Mark Ravenhill, regia di Fabrizio Arcuri. Al teatro Argentina di Roma

Candide di Mark Ravenhill - regia Fabrizio Arcuri - foto Achille Le Pera .01 - (9)

Niente Voltaire, siete inglesi

Il drammaturgo britannico Mark Ravenhill dovrebbe inchinarsi all’intelligenza visionaria italiana, in particolare dello scenografo Alessandro Simonetti, se il suo Candide tratto da Voltaire, in scena all’Argentina con la regia di Fabrizio Arcuri, non è naufragato nel ridicolo. Il ridicolo di un autore che si attacca a un capolavoro della letteratura mondiale senza capire nulla del suo significato, della sua profondità e universalità e lo trasforma in una cascata di banalità. Ravenhill parte da una constatazione che evidentemente ritiene molto arguta e cioè che in Voltaire vi è una critica all’ottimismo, roba che posta in questo modo farebbe ridacchiare tutta una classe di un buon liceo classico francese, dove l’opera viene studiata con una pignoleria quasi pari a quella che si riserva in Italia ai Promessi sposi. Infatti il titolo completo dell’opera di Voltaire è Candide ou l’optimisme. Ma va? Di quello che questo conte philosophique ha significato per il suo tempo (e il nostro), cioè la critica all’ottimismo leibniziano – con tutta l’enormità delle questioni filosofiche, teologiche, storiografiche, che ne derivano – qui vi è traccia in certi fatterelli come per esempio il lungo, lunghissimo, telefonato, secondo atto in cui durante un compleanno la festeggiata ammazza a pistolettate tutta la famiglia salvo la madre. Questo sì che è pensiero profondo, riflessione importante sull’oggi, ma diamine, deve sicuramente trattarsi di una ricognizione rivelatrice del terribile malessere indotto dalla contemporaneità. Non sarebbe neanche giusto per l’immenso Voltaire esaminare la distanza che corre fra lui e Ravenhill e rintracciare i punti dove lo sciocchezzaio dell’autore inglese provoca un vero e proprio impulso a sfottere. A occhio deve essere la stessa distanza che separa Alessandro Baricco da Alessandro Manzoni o il generale Cadorna da Napoleone. Nel terzo atto, altro bel pezzo di degrado drammaturgico, la madre sopravvissuta si trova coinvolta a scrivere la sceneggiatura della sua vicenda per farne un film. E che succede? Che il suo scritto viene rimaneggiato al punto da trasformarlo in una specie di soap. Beh, questa sì che è una notizia, il gentile pubblico scopre che l’industria dell’intrattenimento cerca di addormentare le coscienze. Continuare negli esempi sarebbe tedioso. L’ultima battuta del testo raggiunge un vertice nell’arte di inventare aforismi: “Ottimismo – un sistema di crudeltà con un nome rassicurante”. Applausi.
La regia di Arcuri crede nel testo, vi aderisce, allestisce tutta una macchineria teatrale che lo amplifica, le bellissime scenografie di Simonetti e quei costumi così giusti dello stesso Arcuri lo nobilitano come un evento teatrale importante, da non mancare. Gli attori in linea di massima sono bravi, ben diretti, dispiace solo qualche cosa, per esempio che il personaggio di Cunegonde parli con accento romanesco, ma insomma è un buon collettivo, adatto a fare un bel Goldoni. Tutto questo allestimento è come un cannone usato per sparare a una mosca.
Questa fatica di Ravenhill si iscrive in una corrente di roba mediocre che arriva dall’Inghilterra. A guardare la produzione drammaturgica britannica (e anche americana) degli ultimi anni – quella che si propone in Italia e quella che si vede nel Regno Unito – si ha il sospetto di un declino stupefacente, fatta salva ovviamente qualche opera qua e là. Una delle ragioni potrebbe essere individuata nella selezione degli artisti da promuovere, evidentemente difettosa come in Italia e basata non su un valore estetico, poetico e teatrale ma su altre logiche – marketing, clientele, pubbliche relazioni, appartenenza ai giri giusti – che hanno preso il sopravvento. Un’altra è rintracciabile nella qualità e nel livello del dibattito intellettuale angloamericano. La pubblicistica che viene da quel mondo, la saggistica storica, economica, politica (di quella filosofica è meglio non parlare per pietà), gli articoli di opinione e di analisi che si leggono sui giornali britannici e statunitensi sono sovente elementari, frutto di un pensiero piccolo, limitato, asfittico. Siamo tornati alle americanate. Quella di Ravenhill invece è un’inglesata che vorrebbe stigmatizzare l’ottimismo che di questi tempi, a suo dire, pervade il popolo britannico. Ma nell’Europa continentale quest’ottimismo non esiste. Ciò significa che Voltaire sul continente è superato? No, perché il francese parlava di grandi sistemi, di massimi principi, di natura umana e calava il suo discorso nell’acqua di un’ironia e di un sarcasmo altamente evoluti, raffinati, filosofici. Quindi era universale. Ravenhill invece scrive battute come questa: “Cazzo Sophie, sei pazza. Adoro. Ci siamo. Questo è il punto più alto. Ora siamo davvero vivi. Ecco quello che voglio: che tutti gli ordini, le strutture, i sistemi crollino; che tutti i giorni ci sia festa, proteste, saccheggi, bottini, stupri, qualsiasi cosa ci piaccia fare…”. Bello, bello, nuovo soprattutto, il cazzo stendardo della rivoluzione, la Marsigliese, “l’étendard sanglant est levé”. Stavolta è più giusto il gioco di parole goliardico: “l’étang, dard sans gland est levé” (lo stagno, dardo senza glande è innalzato). Una parolaccia affogherà il vile borghese in uno stagno.
Di fronte a questo Candide de’ noantri britannico, l’attuale produzione drammaturgica italiana certo non sfigura. Chi frequenta i teatri sa che nelle piccole sale, poche volte nelle grandi, testi buoni dei nostri autori di oggi, viventi, se ne vedono. Solo che raramente vengono adeguatamente promossi e prodotti. Perché dare i soldi dei diritti d’autore ai vari Ravenhill di lingua inglese? Per malinteso cosmopolitismo di provincia? Per uno stato d’ipnosi di fronte al colonialismo culturale angloamericano? Forse è bene ricominciare a fare come gli italiani del Cinquecento che di teatro se ne occupavano loro. Aspettando un nuovo Shakespeare, se mai arriverà.

Marcantonio Lucidi,
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