“Escaped Alone” di Caryl Churchill, regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni. Con le interpreti de lacasadargilla. Al Valle di Roma
Una tazza di tè aspettando la fine
Un dramma nel quale quattro signore prendono il tè in giardino e chiacchierano è indubitabilmente britannico. Però l’ha scritto Caryl Churchill, autrice socialista, femminista, anticapitalista: in Inghilterra la rivoluzione si fa con una tazza di Earl Grey.
Nell’edizione italiana diretta al teatro Valle di Roma da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, la scena di Escaped Alone si apre su Sally, Vi e Lena, donne di mezz’età subito raggiunte da una loro coetanea, Jarrett, mentre nell’originale sono settantenni. S’è deciso di adattare l’età dei personaggi a quella delle interpreti che compongono il nucleo storico della compagnia lacasadargilla: Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi. Forse il ringiovanimento fa perdere qualcosa del parallelismo drammaturgico fra il tramonto della vita umana e il declino e caduta della nostra civiltà (per riprendere il titolo dell’opera monumentale, Decline and Fall of the Roman Empire, di Edward Gibbon, il grande storico settecentesco inglese). In ogni caso questo aspetto appare secondario, anche se verso la fine della rappresentazione, su uno schermo a led viene proiettato un grande sole morente. La fine dell’Occidente, però, non è pedagogicamente e ideologicamente imposta agli spettatori. Churchill è troppo brava per commettere errori così grossolani. Nel giardino, le sue quattro donne parlano del più e del meno. “Ho sempre desiderato andare in Giappone”. Ogni tanto giochicchiano a cricket. “Io non vorrei essere un pesce”. Tutto è molto tranquillo, apparentemente sereno. Ecco una lista parziale degli argomenti: il supermercato, il dentista, i programmi di cucina, i gatti, il soriano del vicino, i piccioni che sono lerci, le aquile che sono fasciste. “Difatti l’America ha un’aquila”, le religioni, lo Spirito Santo, i pipistrelli. “Come vorrei viaggiare nel tempo”. Proposizioni frammentate, interrotte, sovrapposte oppure secche. Le quattro signore si impegnano in complicati discorsi sul volo e il volare, s’abbandonano a monologhi logorroici e insomma tutto va bene in questo giardino allestito dagli scenografi Marco Rossi e Francesca Sgariboldi con le sedie da esterno, le siepi curate, il tavolino per il tè e i drink. Ogni personaggio ha i suoi tic, le sue stranezze, Sally parla sempre di gatti, Lena è vittima di depressione, Vi invece ha ammazzato suo marito in cucina. Anche questo è argomento di chiacchiera, tutto sommato assassinare il consorte è un accidente che nella vita capita. A Vi durante gli anni di galera sono mancate le merendine e le mele. In mezzo a una normalità normale e anormale, sguisciano come serpi fra i sassi le parole della signora Jarrett in merito all’apocalisse e ai disastri globali, inondazioni, carestie, epidemie. Sullo schermo si legge, “A.i. Channel”. Passano video tecnodistopici in pacchiana alta definizione dai colori squillanti e scritte come “Destiny”, “Is time less”. La pubblicità di una linea aerea con una donna che vola senza paracadute, un terzo con gli annunci “longevity program” e “a journey for eternity”.
La fine della nostra civiltà occidentale è trattata dall’autrice senza darle un peso eccessivo, come se le ecatombi fossero né più né meno come l’incidente di una tazza di tè rovesciata per sbadataggine: oh, sorry. Non si deve dare troppa importanza alle cose, nemmeno quando vanno in malora. Grace under fire, eleganza sotto il fuoco (nemico), è un modo di dire degli inglesi. Il testo, scritto nel 2016, ha caratteristiche profetiche – la pandemia per esempio – e può anche darsi che le derive del nostro mondo portino a catastrofi irrimediabili e definitive. Tuttavia Decline and Fall del Gibbon comincia nel II secolo dell’era cristiana e arriva fino al papato di Sisto V che si conclude nel 1590, quando in Occidente tutto è già ricominciato.
I due registi hanno cura dello spettacolo e le attrici hanno cura dei personaggi come Luigi Biondi delle luci. Una messinscena montata con buon mestiere e recitazione corretta: d’altronde il dramma di Caryl Churchill non offre grandi spunti di regia, chiede solo di essere allestito in the right way.
