“Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo squartatore” di Helen Salfas da Arthur Conan Doyle, regia di Ricardo Reguant, con Luciano Cattaneo, Francesco Bonomo e Rocio Muñoz Morales. Alla Sala Umberto di Roma

Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo squartatore

Ipnotico, narcotico, omeopatico

È un po’ un pastiche questo Sherlock Holmes e i delitti di Jack lo squartatore – testo di Helen Salfas andato in scena alla Sala Umberto – perché per esempio in nessun romanzo di Arthur Conan Doyle si trova l’incontro fra il detective e Sigmund Freud. È la trovata d’un giallo del 1974 da cui due anni dopo fu tratto un film di Herbert Ross che s’intitolava Sherlock Holmes: soluzione settepercento. Inoltre Holmes non ha mai indagato su Jack Lo Squartatore in un titolo di Conan Doyle. I due compaiono insieme in romanzi di altri autori, ad esempio Uno studio in nero di Ellery Queen. Si afferma nel programma di sala che Conan Doyle fu chiamato da Scotland Yard a dare una mano per risolvere i delitti del famoso serial killer di prostitute. Magari è vero anche se Jack agì nel 1888 quando lo scrittore aveva pubblicato da appena un anno il suo primo romanzo sul famoso detective, Uno studio in rosso, e quindi non era verosimilmente ancora così importante da essere addirittura chiamato dalla polizia a dare il suo contributo. A collaborare alle indagini scientifiche forensi su Jack fu sicuramente un famoso medico dell’epoca, Joseph Bell, di cui lo scrittore divenne assistente prima di laurearsi in medicina e che lo ispirò per la figura di Holmes. Al gioco delle coincidenze, delle informazioni spurie, dei depistaggi storico-letterari, dei gialli apocrifi, un amante di detective-story può divertirsi molto se i protagonisti sono Conan Doyle e Sherlock Holmes. È l’aspetto divertente della serata. L’unico.
Diretto da Ricard Reguant, lo spettacolo è montato come se programmaticamente si disinteressasse della suspense ed invece preferisse mostrarsi come commedia brillante. Non un thriller, al massimo un briller. Di questa nuova forma teatrale, la rappresentante accreditata sarebbe la prim’attrice dello spettacolo Rocío Muñoz Morales, ex ballerina spagnola e modella, conduttrice televisiva e attrice cinematografica. L’Italia ha avuto la cortesia di permetterle il debutto su un palcoscenico tre anni fa. Per adesso però la signora resta più nota alle cronache mondane che a quelle teatrali. Stavolta le hanno affidato la parte della spia e avventuriera Irene Adler, l’unica donna capace di ammaliare Sherlock Holmes. Allora con il proposito di rendersi fascinosa e misteriosa come deve essere una Mata Hari, l’attrice in guêpière passeggia per il palcoscenico con ondulato passo felpato da maliarda gheparda con lo sguardo dal dardo infingardo.
L’altro divertissement per amanti di false coincidenze che si svolge nel corso dello spettacolo, ossia la seduta di ipnosi alla quale il dottor Freud sottopone Sherlock e che costituisce una scena madre, è ovviamente impossibile dal punto di vista storico. Sigmund nel 1888 non è il signore attempato che si presenta in scena ma un giovanotto di 32 anni che deve ancora andare a Nancy dal professor Hippolyte Bernheim ad imparare come funziona la pratica dell’ipnosi. Quisquilie e pinzillacchere, l’importante sembra essere per la regia che i dieci attori in scena facciano un po’ di movimento, entrino, escano, si dicano delle cose. Sherlock è interpretato da Giorgio Lupano (noto al telepubblico per il ruolo di Luciano Cattaneo ne Il paradiso delle signore) mentre la spalla, il dottor Watson, è Francesco Bonomo.
Ora, in questi tempi di epidemia in cui i locali di pubblico spettacolo sono chiusi per il volere del governo, persino una rappresentazione come questa, lenta, lunga, di regia e interpretazione ipnotiche come la seduta del dottor Freud, in cui la scena più viva è quella della signora Muñoz Morales che sventola una giarrettiera in faccia a Lupano, ecco in questi tempi coronati dal virus in cui trovare un palcoscenico in attività è più difficile che vedere un turista a Venezia, anche questo spettacolo insomma, a onor del vero, bisogna ammetterlo, va confessato, sarebbe come una brioche per l’affamato, andrebbe bene come una Bernardina nun fa’ la scema di Checco Durante gettata su una ribalta clandestina per lenire un po’ la nostalgia del teatro.

Marcantonio Lucidi,
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