“Vetri rotti” di Arthur Miller, regia di Armando Pugliese, con Elena Sofia Ricci, Maurizio Donadoni, David Coco. Al teatro Eliseo di Roma

VETRI ROTTI

Sopra un letto di cristalli

Anche se nel ’94 conquistò una nomination ai premi Tony e nel ’95 vinse il premio Bbc come miglior spettacolo dell’anno, Vetri rotti (Broken glass) ha qualcosa di drammaturgicamente forzato.
Arthur Miller in questo suo dramma parla di amore, di ebrei, di persecuzioni e di psicanalisi e ne viene fuori un inzeppamento ch’è di quando si vuol dire troppe cose in un colpo solo, nessuna alla fine compiuta e lo spettatore esce da teatro come da una panineria specializzata in salse d’infarcimento di hamburger e hot-dog. Infatti il finale, assai noto quindi rivelabile, del marito che muore chiedendo perdono alla moglie e di lei che allo stesso momento guarisce dalla paralisi psicosomatica alle gambe, è una trovata lacrimevole da rubrica dello psicanalista su un rotocalco di fotoromanzi. Il medico che ha in cura la signora e s’improvvisa psicoterapeuta è innamorato di lei e la bacia. Visto che come al solito con gli americani, il dramma è naturalistico, questa sarebbe roba da deferimento all’ordine dei medici. La storia si svolge a Brooklyn nel ’38: Sylvia Gellburg ebrea sposata con Phillip, ebreo anche lui ma non praticante, sta su una sedia a rotelle immobilizzata forse perché il matrimonio langue. Oppure per le notizie provenienti dall’Europa sulla Notte dei cristalli e sulle persecuzioni antisemite. Un po’ una ragione, un po’ l’altra, non si capisce bene. Vien da sperare che il guaio sia causato dai problemi di coppia perché insomma, la drammatizzazione di una temporanea offesa alle gambe rischia di essere inopportuna a paragone dei pogrom europei, della tragedia degli ebrei arrestati, picchiati, uccisi, deportati, internati, depredati dai nazisti fra il 9 e il 10 novembre del ’38.
Però il testo di Milller è massimamente valorizzato in questo allestimento da un terzetto d’attori di prima forza. Elena Sofia Ricci, Maurizio Donadoni e David Coco diretti da Armando Pugliese, regista con una gran mano, con un gran senso del teatro, delle geometrie di scena, del movimento degli attori, dei tempi, quelli brevi, quelli lunghi. È la stoffa del talento che si sente e che risolve ogni cosa. O comunque non fa vedere nessuna magagna. Pugliese ha chiamato alla scenografia Andrea Taddei, uno di quegli artisti di cui sempre ci si domanda prima dell’alzata di sipario cosa si sarà mai inventato, e stavolta ha messo quattro sedie, un letto al centro che è come una gabbia, un morbido e avvolgente carcere, una pedana che permette il movimento della sedia a rotelle e al contempo definisce senza sottolinearli  i luoghi deputati all’azione e un fondalino perfetto di finestre con discreti scorci newyorchesi a dire che si sta nel benessere, forse quasi nel lusso, ma non nella sfacciataggine. I costumi di Barbara Bessi seguono con coerenza la stessa linea e basta vedere alla prima scena il cappotto lungo al polpaccio di taglio perfetto che porta Donadoni per  capire subito che le scelte d’abito di tutti i personaggi non saranno discutibili.
Messi in condizioni ottimali, con vestiti da gente agiata per meglio interpretare gente agiata, calati in una scenografia semplice ma studiata che offre loro spazio scenico e al contempo li aiuta a centrare il carattere e la classe sociale dei personaggi – borghesia ebraica americana provinciale – agli interpreti viene più semplice recitare molto molto bene. Elena Sofia Ricci, a dar retta non alla tecnica di recitazione ma alla sensazione che si prova osservandola, lavora sul suo personaggio di Sylvia come se questo non fosse mai esistito prima d’oggi e in Italia non l’avesse interpretato negli anni Novanta (’95) Valeria Moriconi. L’attrice restituisce una donna dall’anima di cristallo, con una sua intima notte di cristallo, un vetro rotto appunto, che mantiene una propria musica interiore, malgrado il suono sia incrinato. Anche il Phillip di Donadoni è scheggiato, ma la sua resistenza ai fenomeni della vita psichica, la sua incredulità verso i fatti della vita mondana, il progressivo sgretolamento di una felicità americana marmorea solo all’apparenza ed invece corrosa dagli acidi della storia europea, finiscono per ridurlo in pezzi e ucciderlo. E Donadoni, aiutato da una fisicità imponente e rocciosa, fa sentire lungo la rappresentazione gli sgretolamenti della pietra di cui è fatto il suo spirito, il rumore dei progressivi schianti di un uomo, i crack che lo rompono dentro, l’angoscia che ne sabota l’integrità. A David Coco la parte del medico, per il quale passano momenti fondamentali dell’azione. Ruolo difficile da recitare perché caratterialmente più debole degli altri due personaggi, illanguidito dall’amore e interpretativamente necessitoso di molta abilità e anche d’una fermezza recitativa che però lo spettatore non deve vedere (pena un’alterazione del carattere): quanto meno è sicuro il personaggio, tanto più deve esserlo l’interprete. Coco sarebbe un deuteragonista, ed appare oggettivamente un secondo attore sia nelle scene a due con Elena Sofia Ricci che con Donadoni ma la sua è una prova anch’essa qualitativamente da protagonista.
Sta assai bene Elisabetta Arosio nella parte della sorella di Sylvia. A osservare questa interprete che estrae e valorizza quel refolo di brillantezza che nel testo (forse) spira, si sarebbe voluto da Arthur Miller una maggiore estensione del ruolo, non fosse che per smorzare la plumbea seriosità del drammaturgo intento a scrivere l’opera grande. In scena anche Alessandro Cremona, di bel mestiere nel ruolo di un cattivo, e Serena Amalia Mazzone. Proprio questo deve fare uno spettacolo, ingannare e convincere anche lo spettatore che non sprizza d’amore per il testo.

Marcantonio Lucidi,
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