“Germania anni ‘20”, uno spettacolo di Giancarlo Sepe. Al teatro La Comunità di Roma

Germania anni '20

La ballata dei morti di Weimar

La Germania dopo la sconfitta della Prima guerra mondiale è la ragazza che si dispera in tedesco; la danzatrice di un tragico cabaret decadente di Weimar; è la Maria robot di Metropolis; la donna che dice “Ho cercato uomini per mangiare, ho cercato donne per mangiare, sono stata in galera per mangiare”; è una prostituta, una vedova, un cadavere di donna come se ne trovano nel romanzo proletario espressionista di Alfred Döblin Berlin Alexanderplatz.
La Germania dopo la sconfitta è un uomo spogliato e rivestito di un’uniforme militare; l’imperatore che viene cacciato; è un lanciatore di coltelli che sogna di fare a pezzi il corpo della sua assistente, dell’Europa forse; è il ragazzo che ama e strangola e quasi uccide la sua fidanzata e la bacia poi, la accarezza; è la folla della Repubblica tedesca che urla “Germania parla, ribellati”.
Il silenzio di Weimar è pieno di rumore, di odio, di spari, il silenzio è colmo di buio nella città tedesca dei locali omosessuali, dell’espressionismo, dell’astrattismo, “la cocaina la morfina l’oppio il laudano”, Brecht, le canzoni di Kurt Weill e Hanns Eisler, l’americana Louise Brooks del Vaso di Pandora di Pabst che interpreta Lulù amante del dottor Schön che vuol dire “bello”. “I tedeschi non sanno che farsene della libertà, c’è troppo disordine”.
Germania anni Venti è il nuovo spettacolo di Giancarlo Sepe nel suo teatro La Comunità di Roma. Titolo semplice per una scena complessa, piena di citazioni, di richiami, di riferimenti e sottintesi, di luci perfette fino al sortilegio, di musiche scelte con una acribia oltre la melomania, di attori che entrano ed escono coreograficamente da voragini oscure, corpi quasi senza individualità ma un organismo unico che respira e agisce. E tutto questo avviene senza fatica, come caduta d’acqua, perché la visione è oltre la sofferenza, quando il dolore è superato e il fare è opera.  Weimar scorre in questa scatola delle meraviglie, Wunderbox, che è il teatro di Sepe, e la sua parola, la lingua dello spettacolo, è tedesca, a volte italiana. Non c’è bisogno di capire o di tradurre, basta ascoltare e intendere: il suono del tedesco è la Gestalt, la forma, e il Geist, lo spirito, dello spettacolo. E le citazioni non sono Kultur ma indicano lo Zeit, il tempo.
Nel tempo, nel tempio di Weimar, ogni spettatore può estrarre dalle visioni di Sepe i propri anni Venti in Germania, i propri angeli azzurri e generare un personale teatro interiore da sovrapporre alla scena: un violino e un clarinetto klezmer nelle strade dei quartieri ebraici di Francoforte o di Lipsia, il teatro politico di Erwin Piscator, la Berlino deformata di lupanari, caserme, tuguri, fetidi caffè di George Grosz e le sue prostitute, gli ubriachi, gli assassini, i grassi e viscidi capitalisti. Vengono alla memoria, una memoria indiretta, per procura, accesa da Sepe, la memoria di ricordi altrui, le serate del poeta espressionista e dadaista Walther Mehring e di Kurt Tucholsky con il suo personaggio dell’ipocrita borghese ebreo Wendriner, i cabaret decadenti della Berlino libertina di Walter Rathenau, il ministro degli Esteri ed ebreo tedesco che era simultaneamente profeta, filosofo, mistico, scrittore, statista, magnate dell’industria, economista progressista. Venne assassinato davanti alla sua casa berlinese da due ex-ufficiali dell’esercito tedesco diventati banditi di estrema destra. Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Che fai sul muro di fondoscena sopra un crocchio di grattacieli e casermoni per masse proletarie? Uccido, violento, irradio prostituzione, morte e giallo d’occhi di febbre.
Nello spettacolo di Giancarlo Sepe tutto questo c’è, non c’è, forse è entrato e poi uscito oppure si è nascosto. Weimar è una maledizione, un mito, una favola d’incubo, la fornace del paradiso, gli ebrei incominciano a scappare, dalla finestra del salotto d’un bordello si vede il campo di concentramento. Quello che è importante sta nell’estrema libertà d’arte e di pensiero che il rigore di Sepe permette. È uno spettacolo politico. Contro l’autoritarismo e la madre che lo genera, l’ignoranza. L’ignoranza manderà un Hitler che venderà la vostra paura e comprerà le vostre ossa.
In scena Antonio Balbi, Sonia Bertin, Jacopo Carta, Chiara Felici, Giuseppe Claudio Insalaco, Camilla Martini, Riccardo Pieretti, Guido Targetti, Federica Stefanelli, Maria Luisa Zaltron. Scene di Alessandro Ciccone. Costumi di Lucia Mariani. Musiche di Davide Mastrogiovanni curate da Harmonia Team. Disegno luci di Guido Pizzuti. Tutti perfetti o, al peggio, impeccabili.

Marcantonio Lucidi,
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