“Furore” di John Steinbeck, adattamento di Emanuele Trevi, uno spettacolo di e con Massimo Popolizio. Al teatro India di Roma

Furore

Ad ovest dell’incubo americano

Sulla Route 66 che corre da Chicago alla spiaggia di Santa Monica ad osservare la vita tragica di mogli bionde come il grano dell’Oklahoma, dei loro bambini dagli occhi blu come i cieli del Midwest e di padri contadini protestanti e poveri come gli agricoltori inglesi dell’Essex. La stessa Route 66 che tutta la generazione dei baby-boomers ha cavalcato in sella alle due Harley-Davidson di Easy Rider per andare a fumare marijuana attorno a un falò, trent’anni prima di Peter Fonda e Dennis Hopper fu la strada d’un popolo di bianchi in fuga, perché l’America non è soltanto un sogno sterminatore di nativi e oppressore di neri, ma anche sfruttatore di europei. Portare in scena un adattamento (di Emanuele Trevi) per una lettura teatralizzata di Furore di John Steinbeck è ancora oggi, di nuovo oggi, un atto politico.
Con questo monologo proposto all’India di Roma, sono tre di fila gli spettacoli – gli altri due essendo Ragazzi di Vita da Pasolini e Un nemico del popolo di Ibsen – con i quali Massimo Popolizio va in scena con il chiaro intento di dire qualcosa di inderogabile alla città degli uomini. Cioè che una storia di esodo, di soprusi, di sopraffazione, di sofferenza avvenuta più di ottanta anni fa può essere raccontata oggi a un pubblico che la capisce benissimo perché vive in un mondo che funziona sugli stessi principi morali (o immorali) e fisici di quello vecchio: col motore a scoppio andavano verso la California le scassate model T della Ford cariche di famiglie e masserizie degli agricoltori rovinati e con lo stesso motore funzionano i tir che trasportano in Europa migranti clandestini siriani, afghani, sudanesi. Si moriva, si muore. La California degli anni Trenta offriva ai nuovi arrivati razzismo, disprezzo e lavoro in condizioni disumane a raccoglitori stagionali sottopagati e privi di ogni diritto né più né meno di quanto offre l’Italia oggi nei suoi campi di pomodori agli africani irregolari. Lo Stato si manifesta solo quando deve difendere la sua natura di participio passato, il suo essere statu quo, e attacca con la polizia se qualcuno vuole farlo progredire verso un futuro, un “sarà”.
Furore è il romanzo per eccellenza della Grande Depressione che devastò gli Stati Uniti fra il 29 ottobre 1929, giorno del martedì nero alla borsa di New York, e il 7 dicembre 1941 quando i giapponesi attaccarono a Pearl Harbour (alcuni storici pignoli potrebbero contestare questa datazione, ma la sostanza della questione resta intatta). Steinbeck racconta dei contadini dell’Oklahoma, del Kansas e del Texas costretti ad abbandonare le loro terre a causa della carestia e delle “dust bowls” le tempeste di sabbia. Il romanzo descrive la fuga di un intero popolo rurale verso la California attraverso le vicissitudini dei Joad, una famiglia di “Okies” (appellativo sprezzante con cui vengono chiamati i nativi e i residenti dell’Oklahoma). Dal particolare al generale, dai Joad a un esodo di massa, quasi biblico. La riduzione che Popolizio legge ed in effetti interpreta si occupa del fenomeno storico più che del dramma familiare, osservando dall’alto gli accadimenti di portata collettiva: la confisca delle terre da parte delle banche che fanno spianare dai trattori anche le abitazioni in legno dei contadini; i giorni, i giorni, i giorni di pioggia ininterrotta, le inondazioni catastrofiche, i fiumi esondati, i campi impaludati, i villaggi sommersi; gli accampamenti di disperati, le tende, le baracche; le automobili cariche di gente e di pentole e materassi e mucchi di cose, pezzi di case, e pezzi di meccanica persi dalle macchine, ladri i gommisti sulla Route 66, e tutto questo disordine e tutto questo sconvolgimento perché nulla si lascia dietro più caos e bordello e immondizia e cadaveri delle mandrie di uomini in movimento.
Infine e finalmente la fine, la California che però non è una Gerusalemme celeste ma la solita città terrestre, il solito posto di diavoli, di bestemmie, di servaggio, di croci, spine e chiodi. Popolizio questo dice di fronte a una platea ogni sera colma di gente fino all’ultima poltrona.
Se un attore chiedesse a un produttore teatrale i soldi per dirigere se stesso in una lettura solista d’un romanzo americano degli anni Trenta sulla Grande Depressione accompagnato in scena da un percussionista (Giovanni Lo Cascio) e dalle proiezioni d’un po’ di filmati e fotografie d’epoca, forse ne ricaverebbe un sorrisino di condiscendenza. Ma chi presumesse seriamente di riuscire a prevedere il successo o l’insuccesso di uno spettacolo, persino d’una lettura, non sarebbe più credibile di un banchiere in preghiera davanti alla statua di Sant’Antonio da Padova protettore dei poveri e degli oppressi. Popolizio è un magnifico artista della scena che parla di noi suoi contemporanei. Forse per questa ragione, la gente viene a teatro.

Marcantonio Lucidi,
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