“Vincent Van Gogh – Le lettere a Theo”, uno spettacolo di e con Blas Roca Rey. Al teatro Lo Spazio di Roma

Vinent Van Gogh - Le lettere a Theo

Lo scandalo del genio

Ormai Vincent Van Gogh è diventato un grande amico degli spettatori, va spesso a teatro con loro, quasi sempre viene anche il fratello Theo e nelle grandi occasioni si presenta il dottor Paul-Ferdinand Gachet che ebbe in cura il pittore poco prima che questi si suicidasse. Anche l’altra sera Vincent, ormai lo si può chiamare direttamente per nome, si è presentato sul palcoscenico del teatro Lo Spazio di Roma sotto le spoglie di Blas Roca Rey.
Van Gogh ha interpretato molto bene Roca Rey in uno spettacolo intitolato a se stesso, Vincent Van Gogh – Le lettere a Theo. Per un’ora ha parlato della propria vita, del suo rapporto con il fratello, della terribile litigata con Paul Gauguin quando abitavano insieme ad Arles, del momento in cui si è tagliato un orecchio, delle sue allucinazioni, dei deliri, della clinica di Saint-Rémy dov’era ricoverato. Della povertà ovviamente, dei quadri che non si vendevano e un po’ anche di pittura. “Quando si fa il pittore, o si passa per pazzi oppure per ricchi; una tazza di latte ti costa un franco, una pagnotta due, e intanto i quadri non si vendono”, scriveva.
Van Gogh è una mania di questi tempi un po’ marchiani. Alle genti d’oggi piace molto di Van Gogh la sua commistione di arte, follia e disperazione: lo apprezzano perché non è solo un pittore ma un’esagerazione biografica. La sua figura facilmente induce alla confusione fra romantico e romanzesco ed eccita il sentimentalismo, che è un moto d’animo elementare e un’autogratificazione di chi lo prova. Van Gogh si fa amare con poco e condividere da tutti. Però i geni sono nella vita ordinaria anche uomini qualunque e a volte sciocchi. In fondo questo è il loro mistero.
È evidente però che Blas Roca Rey non intende in nessun modo sfruttare lo scandalo rappresentato dalla vita di Van Gogh. L’interprete è attratto dalla qualità del personaggio, dalla sua interiorità, e pensa di potere estrarre poesia dalla biografia del pittore e dalle sue lettere. Nessun amore è criticabile ma il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E in un periodo in cui il monologo è più usato di un vecchio paio di jeans, non è molto ragionevole dal punto di vista dello spettacolo mettersi in scena a fare un soliloquio con l’accompagnamento di un flautista (Luciano Tristaino). Gli attori monologanti con musiche sono diventati come Van Gogh, frequentazioni un po’ troppo abituali del pubblico teatrale. Lo spettacolo resta comunque un’operazione delicata, colta, indicata per le sere in cui si va a teatro come si passa davanti a una chiesa da dove fuoriesce una musica d’organo e si entra senza pensarci ad ascoltare Bach. Succede ancora.

Marcantonio Lucidi,
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