“Gli onesti della banda” di Diego De Silva e Giuseppe Miale di Mauro anche regista. Con gli attori della Compagnia Nest. Al teatro India di Roma

GLI ONESTI DELLA BANDA _ Da sinistra Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux, Giuseppe Gaudino_091

Italiani brava gente nella Repubblica dei mascalzoni

Sulla falsariga de La Banda degli onesti, al teatro India di Roma si dà Gli onesti della banda, commedia teatrale scritta da Diego De Silva e da Giuseppe Miale di Mauro anche regista che dirige gli attori della compagnia Nest di San Giovanni a Teduccio. Nest è un acronimo di Napoli Est Teatro, un collettivo che ha sede e agisce nella periferia orientale della città cercando di migliorare con il lavoro artistico la situazione culturale e le condizioni della gioventù.
La scelta di riscrivere per il teatro la sceneggiatura di Age e Scarpelli – trasformata nel ‘56 da Camillo Mastrocinque in uno dei film migliori di Totò e Peppino – rappresenta per questa compagnia una riprova della propria ragion d’essere: la scena come strumento d’indagine sociale, racconto d’una condizione di precariato, descrizione di una situazione di penuria economica e lavorativa. In nome della sopravvivenza anche le persone oneste sono costrette a compromettersi e piegarsi a progetti “diversamente legali”, come dice la battuta di uno dei personaggi. Una buona commedia brillante usata a fini di critica sociale ha spesso degli effetti sul pubblico che vanno oltre le speranze degli autori. Se dopo più sessant’anni, la storia che Gli onesti della banda racconta, sostanzialmente la stessa del film, fatta salva una giusta mise à jour, resta molto e fin troppo attuale, vuol dire che in questi ultimi decenni e fino ad oggi, le dirigenze italiane, soprattutto politiche, di ogni colore e parte, sono state e sono formate prevalentemente da mascalzoni.
L’Italia è oggi come negli anni Cinquanta sempre piena di brava gente preda di una criminalità organizzata libera e grassa che insieme alle schiere di politicanti e pubblici amministratori malavitosi dediti alla cazzimma, come si dice a Napoli, alla furbizia opportunistica e cinica, costituiscono un’enorme associazione per delinquere di stampo mafioso che mantiene il paese, in particolare il Mezzogiorno, nel sottosviluppo e nel servaggio. Una condizione contro la quale però la popolazione non si rivolta, finendo per essere sia succube che complice. “L’Italia è un paese morto – ha detto Piero Angela in un’intervista poco più di un anno fa – Non ci sono punizioni per chi sbaglia e non ci sono premi per chi merita. Un paese così non può funzionare”. Di conseguenza nel 2019 la storia del portiere di un palazzo che si mette a stampare banconote false assieme al suo amico tipografo suona ancora attuale e verosimile. Tutt’e due sono nei guai: Tonino il portiere perché non ha i soldi per comprare l’appartamento in cui vive dai condomini che vogliono venderlo per finanziare la ristrutturazione del palazzo; Peppino il tipografo invece rischia di fallire, sepolto dai debiti contratti per nuove macchine da stampa e costretto a versare ogni mese il pizzo a un manovale della camorra. L’amministratore del palazzo, il ragionier Casoria, piccolo truffatore, possiede un cliché originale della banconota da 10 euro e della carta filigranata e propone ai due la malefatta. Insomma, italiani povera gente che cerca di arrangiarsi, spinta anche dal disprezzo delle mogli stufe di vivere nelle ristrettezze per la colpa d’avere sposato uomini dalla morale inapplicabile da queste parti. A un certo punto arriva lo Stato, ma essendo quello italiano si presenta ovviamente sotto forma di polizia. Il fratello del portiere, arruolato in Finanza, è una guardia, uno dei pochi lavori, fra i quali il camorrista, che la Repubblica permette ai giovani meridionali di fare.
Anche se un po’ lunga, la commedia è brillante e racconta tutto ciò con molto umorismo, il dialogo è veloce, le battute sono sintetiche, le situazioni divertenti. E gli attori sono come la commedia e ben diretti dalla regia. Ma sotto c’è un’amarezza che nel finale diventa evidente e riguarda la solitudine delle persone condannate all’indigenza e al malaffare da uno Stato di sopruso. In scena Ivan Castiglione, Maria Chiara Centorami, Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo, Luana Pantaleo, Anna Stabile ed Ernesto Mahieux.

Marcantonio Lucidi,
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