“Accabadora” di Carlotta Corradi dal romanzo di Michela Murgia, con Monica Piseddu diretta da Veronica Cruciani. Al teatro India di Roma

Accabadora

Verrà la morte e avrà gli occhi del passato

Accabadora, regia di Veronica Cruciani su testo di Carlotta Corradi dal romanzo omonimo di Michela Murgia, pubblicato nove anni fa, è un monologo interpretato all’India di Roma da Monica Piseddu. Un paio d’anni fa l’attrice ha ricevuto un premio teatrale con la motivazione che la definiva “strumento duttile nelle mani dei registi”. Una canna di bambù insomma, “di spiccata personalità”. Questa mania di ritenere gli artisti della scena pongo da modellare in mano a registi molto spesso artisticamente senza pollice, cozza contro due ovvietà: si può fare teatro con niente ma non senza l’attore; il miglior teatro, così come si è configurato nell’ultimo secolo, è in genere il risultato di un delicato equilibrio fra chi scrive, chi mette in scena e chi interpreta. D’altronde all’inizio degli anni Trenta, quando in Italia si doveva trovare un nome al mestiere nuovo di regista che, non avendone uno, denunciava la difficoltà a capire di che razza di professione si trattasse, s’era pensato a “corago”. Termine che suona tanto fascista, d’altronde si viveva sotto il duce e un po’ di dittatura ci stava bene pure sulle scene: sorge il sole, canta il gallo, il corago monta a cavallo.
Ora quel che appare nella messinscena di Accabadora, è l’equilibrio, quindi l’assenza di prevaricazione, fra le tre figure artistiche principali che concorrono alla formalizzazione dello spettacolo. Trattandosi inoltre di un monologo, la relazione fra regista e interprete è qui un vero e proprio faccia a faccia fra due individualità che perseguono un’unità e una coerenza stilistiche e poetiche, ciascuna agendo nel proprio campo d’intervento. Monica Piseddu non è più un oggetto, una canna di bambù, ma un soggetto autonomo, un’artista libera di muoversi all’interno di una strategia della messinscena pensata da Veronica Cruciani. E questa strategia non è una gabbia registica per un’attrice-tigre che sfuria contro le sbarre ma un cosmo regolato in cui muoversi nella libertà dell’infinitezza. Infinitezza delle possibilità espressive in un contesto dato, quale che esso sia. Naturalmente la libertà è una conquista, appannaggio di chi, come la Piseddu, ha i mezzi e la preparazione per trasformarla in fatto artistico. Gli altri, meglio che restino in gabbia, anche se giustificano l’esistenza dei registi-dittatori che si meritano.
Nella relazione fra interprete e regista sta la chiave dello spettacolo, in sé piuttosto semplice, fatte salvo alcune proiezioni, e tutto incentrato sulla restituzione del personaggio narrante, Maria, adottata all’età di sei anni da Bonaria Urrai, sarta del paese sardo in cui il racconto è ambientato. Bonaria è anche una femmina “accabadora” portatrice di una sapienza antica che dà morte pietosa alle persone in fin di vita. Maternità ed eutanasia. Quando Maria scopre l’arte della donna, va via dalla Sardegna, parte per il continente, ma dopo alcuni anni deve tornare, la madre adottiva sta morendo, ma non muore, i dolori sono indicibili ed è allora che quanto la ragazza, ormai divenuta adulta, aveva rifiutato, si palesa, come possibile, comprensibile. Eutanasia e maternità.
La Piseddu, giustamente molto apprezzata dal pubblico, restituisce il monologo a mo’ di flusso di coscienza e ha un che di segaligno, di affilato, una durezza ancestrale e amara con cui rivelare un personaggio di natura antica nascosto sotto una modernità apparente, come una secolare casa in pietra rivestita di intonaco nuovo. La regia della Cruciani è molto attenta al testo e, nelle indicazioni all’interprete, molto precisa riguardo le intenzionalità del personaggio. Lo spettacolo è curato, godibile, ma resta l’impressione che qualcosa manchi. Questo qualcosa che non esce dovrebbe venire dal rapporto fra drammaturgia e regia (l’altra relazione fondamentale). Manca il guizzo, se si vuole, il movimento, come se i temi principali della maternità e dell’eutanasia fossero svolti e non agiti perché privi di corrispondenza con i principi assoluti della vita e della morte che li governano e muovono tutti gli esseri umani. E senz’azione non vi è sensazione.

Marcantonio Lucidi,
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