“Titus – Why don’t you stop the show?”, dal “Tito Andronico” di Shakespeare, regia e adattamento di Davide Sacco, con Francesco Montanari, Marianella Bargilli, Guglielmo Poggi. Al Quirino di Roma

Titus

Uomo, piantala di uccidere, hai stufato

Il Tito Andronico di William Shakespeare è un copione selvaggio, truculento, ad assecondarlo si può finire nel grandguignolesco. Un’opera giovanile squilibrata, eccessiva, drammaturgicamente rudimentale in certi passaggi, certo non una delle migliori tragedie del Bardo, la prima da lui scritta intorno ai 28-30 anni (forse assieme a George Peele, un elisabettiano minore), però portatrice d’una spettacolarità, d’una enormità che può attirare un regista. L’ha allestita al Quirino di Roma Davide Sacco, che firma anche l’adattamento intitolato Titus  – Why don’t you stop the show? e che ha quasi la stessa età, 35 anni. I due, l’autore e il regista, in un certo modo si trovano: la furia, la violenza, l’esagerazione, l’enorme energia sprigionata da cuori nati di recente che nelle agitazioni della libertà artistica esplorano la vita e la morte.
Il Tito Andronico è come un figlio, meglio farlo prima dei quarant’anni per non soffrirne troppo il fardello addosso: sulla schiena del padre il peso del bambino che ci salta sopra e sulla ribalta il gravame dell’angoscia quando la scena si carica di violenza. D’altronde dopo tre anni e mezzo di crimini di guerra russi in Ucraina e due in Palestina di massacri, sventramenti, smembramenti, stragi di innocenti, è necessario che un regista allestisca una rappresentazione degli orrori e degli inferni umani. Uomini, non siete un bello spettacolo. L’assassinio e l’abominio si stendono su tutta questa tragedia di vendetta shakespeariana, teste, mani, lingue tagliate, lo stupro, la tortura, gli sgozzamenti e sangue e strazi e urla. Quanto di feroce si può fare a un corpo si fa in questa complicata vicenda ambientata in una Roma antica avvelenata dagli intrighi e dall’odio che incomincia con l’arrivo del generale Tito vittorioso dopo dieci anni di guerra contro i Goti.
Lo spettacolo presenta delle esagerazioni, soprattutto nel primo tempo mai si distanzia dall’efferatezza dei fatti con una nota ironica e nemmeno s’attarda in un momento poetico, di pietas almeno, ché c’è prescia di ammazzamenti. Ottiene però il risultato voluto di far pensare che questa storia delle guerre che si protraggono dalla notte dei tempi ha stufato. Non se ne può più di Paride che uccide Achille che uccide Ettore che uccide Patroclo. Bisogna farla finita.
Nel secondo tempo, la situazione si fa appena meno cruenta, arriva un monologo dolce e disperato di Tito inerte quasi in una poltrona davanti all’ombra di sua figlia Lavinia brutalmente mutilata; e si sente un refolo di umorismo, anche se macabro, nella scena del pasto in cui il generale prepara e cuoce la carne di Chirone e Demetrio, i figli della regina dei Goti Tamora andata in sposa all’imperatore romano Saturnino, e la fa mangiare alla madre ignara. La regia ha pensato che era arrivato il momento di alleggerire (verbo esagerato in questo contesto), comunque di sottrarre un pochino di nero a questo cafarnao di sangue.
L’antieroe Saturnino riluce nell’interpretazione di Guglielmo Poggi di una grandezza shakespeariana, è un grande imbelle codardo di derivazione falstaffiana senza nemmeno la dismisura  della crapula che trasforma il disonore in un fiore putrefatto. Poggi mostra la capacità di infangare il personaggio in una gora di vergogna senza farsi trascinare come attore. Ridicolo è Saturnino, senza che l’interprete cada nel farsesco. Tito è Francesco Montanari: ruolo difficile, un attore rischia fin dall’inizio il troppo, l’esagerazione ed insieme l’enfasi di gesti e toni dell’interprete che impersona l’eroe e si drizza alla recitazione retorica. Invece Montanari sta attento, rischia qualcosa sul piano del ritmo e delle variazioni: qualcuno direbbe che la fa tutta un po’ uguale, la parte, ma non è vero, l’attore in un simile contesto registico evita di caricare, caricaturare, di metter fiele nell’olio di ricino. Va seguito osservandone la tecnica, i dettagli della recitazione, le sfumature vocali. Marianella Bargilli nel ruolo di Tamora non strega, nel senso che si tratta di un personaggio femminile che dovrebbe sprizzare una perfidia, un male, da far sembrare Lady Macbeth una piccola delinquentella da riformatorio. Invece di una strega da sabba infernale, la sua Tamora è una borghese malignetta, una signora da cattiverie automobilistiche che riga la macchina del tizio che le ha rubato il parcheggio. A Beatrice Coppolino è stata affidata la parte della disgraziatissima Lavinia, ruolo voluto dalla regia su un indice di dolore talmente acuto da seppellire l’attrice sotto il personaggio che urla, piange e geme senza sosta. È straziante, quindi la prova è efficace, ma altro dell’interprete è assai difficile osservare.
Sacco, che con il suo adattamento della tragedia originale, ha scelto di scaraventare sulla scena senza por tempo in mezzo tutta la violenza e la ferocia che Shakespeare attribuisce agli uomini e alle donne, ha ritenuto che ricorrere all’amplificazione andasse nella direzione da lui intrapresa di un’intensificazione del male. Scelta stilisticamente del tutto logica così come la scenografia di Fabiana Di Marco che scende fino in platea mediante delle passerelle fatte con le griglie metalliche di areazione, come quelle installate sui marciapiedi a coprire le gallerie di metropolitana o i garage sotterranei. Il rumore di ferro che fanno i passi degli attori si addice all’inferno. Tutta la messinscena è compatta, coerente con se stessa, ben regolata nel suo andamento. Tuttavia l’uso dei microfoni richiede una certa abilità e non tutti gli interpreti della compagnia dispiegano la tecnica necessaria. Non sempre una voce sparata è una pallottola nel cuore del nemico, a volte è un petardo nelle orecchie dello spettatore. I costumi di Alessandra Benaduce evocano le bande giovanili di periferia, più hinterland milanese che borgata romana, ma soprattutto sono giusti per i vari personaggi e aiutano gli attori a caratterizzarli. In scena lavorano anche Ivan Olivieri, Claudia Grassi, Jacopo Riccardi, Giuliano Bruzzese, Filippo Rusconi, Enrico Spelta e Matilde Pettazzoni.

Marcantonio Lucidi,
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