“Edipo re” di Sofocle, regia e adattamento di Luca De Fusco, con Luca Lazzareschi e Manuela Mandracchia. Al teatro romano di Ostia antica
Verrà la verità e avrà i tuoi occhi
La scalinata nera sulla quale si svolge l’Edipo re adattato e diretto da Luca De Fusco al Teatro romano di Ostia Antica è praticamente la stessa di Guerra e pace che il regista mise in scena all’Argentina nel febbraio scorso. Qui uno spettatore potrebbe incorrere in un errore, osservare l’allestimento di un metteur en scène avendo in mente lo spettacolo precedente. Tutto sommato, l’arte di guardare l’arte sta nel non avere memoria.
Sulla scalinata stanno distesi i morti uccisi dalla pestilenza che il vento della maledizione soffia sulla città di Tebe. Ed Edipo cerca di capire perché gli dèi sono a tal punto arrabbiati. Su uno schermo viene proiettata una folla di uomini in vestito e cravatta neri, camicia bianca e bombetta. Successivamente si vedranno altri richiami alla pittura di Magritte, le nuvole, i cipressi, la statua di una testa. Dei molti modi di vedere il capolavoro di Sofocle – per esempio i rapporti fra vista e cecità, visibile e invisibile, fato e scelta, volontà degli dèi e libertà degli uomini – De Fusco sceglie il tema della verità nella sua espressione più evidente (ma non banale, non semplice): la ricerca, o meglio l’indagine sulla verità e la sua relazione con la menzogna. Però come iconografia di riferimento, il regista offre il pittore che nel 1929 disegnò una pipa sotto la quale compariva la scritta “Questa non è una pipa”. Il quadro di Magritte si intitolava Il tradimento delle immagini. Senza scomodare verbose questioni di filosofia del linguaggio, incentrare la messa in scena dell’Edipo re sulla ricerca della verità e puntare l’immagine teatrale su un surrealista che nel 1930 disegna una scarpa e sotto scrive “la luna”, può dare adito a varie interpretazioni. La prima: si tratta di una pura e semplice contraddizione, il regista desiderava dirigere la tragedia di Sofocle e siccome cova un debole per il pittore belga, ha unito le due cose e ne è uscito fuori uno spettacolo con un certo grado di incongruenza. Edipo re è in buona sostanza un poliziesco e per avvalorare questa prima ipotesi sulle intenzioni registiche si può sostenere con Agatha Christie che tre indizi fanno una prova. I due precedenti sono una Tempesta shakespeariana nel 2019 all’Eliseo durante la quale De Fusco proiettò omini in bombetta e una serie di citazioni magrittiane e in genere surrealiste diffuse dal regista in un Macbeth al Quirino nel 2016. La seconda ipotesi dice invece che De Fusco cerca la verità nella più illusoria e surreale fabbrica umana di immagini, la psiche. La psiche di chi sogna scarpe e al risveglio sa che non si tratta di calzature, forse neanche della luna, e si interroga sul significato di queste scarpe, magari sono un simbolo della zoppia che per Carlo Ginzburg (in Storia notturna) rappresenterebbe la mediazione tra il mondo umano e quello ultratterreno. Edipo vuol dire “dai piedi gonfi” ed è destinato per volontà del padre Laio ad essere gettato in fasce da una montagna impervia, con le giunture dei piedi legate, per evitare che si realizzi la profezia del figlio che ucciderà il padre e giacerà con la madre. Così però si va nell’antropologia (e nella cosiddetta microstoria di cui Ginzburg è un maestro). Piuttosto: c’è del Freud in questo spettacolo?
Luca Lazzareschi interpreta Edipo e, proiettato sullo schermo, Tiresia, il veggente cieco. Quindi il veggente cieco che sa – anzi, vede – e lancia la profezia sul destino di Edipo, è il riflesso di Edipo stesso che cerca dentro di sé la verità sulla propria origine. I sosia, i gemelli, il riflesso della propria immagine allo specchio, il doppio insomma è, freudianamente inteso, perturbante, “Unheimliche”, termine che indica ciò che è familiare e al contempo estraneo. Tale struttura dello spettacolo giustifica pienamente l’uso del video in scena ma siccome la perfezione è il passo precedente l’imperfezione, non il successivo, ecco che la nitida ragione del doppio ruolo a Lazzareschi, peraltro molto bravo come Edipo e come Tiresia. viene offuscata dalla trovata incomprensibile di mettere Tiresia dietro delle sbarre. Si può pensare che il regista abbia voluto sottolineare che presso gli uomini la verità è in gabbia, ma la tragedia di Sofocle racconta la liberazione della verità e le conseguenze di questa liberazione. Lazzareschi interpreta allo stesso modo, ossia sullo schermo anche il Nunzio e il servo di Laio. Il primo ride sempre e non si capisce perché visto che quanto dice è tragico. Si tratta di un effetto recitativo disutile, addirittura svantaggioso. Il servo di Laio invece balbetta, evidentemente perché deve pronunciare parole rivelatorie paurose e terribili però anche questo è soltanto un effetto recitativo. Ma la questione più che di direzione dell’attore, riguarda la struttura dello spettacolo: la scelta di affidare i due ruoli di protagonista e antagonista allo stesso interprete, viene annacquata nella sua efficacia dalla trovata di dargli anche i due ruoli scenicamente minori (epperò drammaturgicamente fondamentali) del nunzio e del servo. Indubbiamente anche questi personaggi sono detentori di parti di verità, come Tiresia (che però la conosce tutta), quindi anch’essi appartengono alla coscienza di Edipo che indaga su se stesso ma il risultato scenico di questa osservazione esegetica indebolisce teatralmente le proiezioni video rendendole insistite, didascaliche. Ed invece, per esempio, così come sono montate, con molta semplicità, le due scene centrali di Giocasta ed Edipo, Manuela Mandracchia e Lazzareschi, si rivelano efficacissime nella notte ostiense, in questo antico teatro romano, loro due soli, un uomo e una donna, sempre più disperati, aggrappata lei al silenzio come sola speranza di vita, consapevole che il futuro nasce dalla cancellazione del passato e che la menzogna è salvezza; lui invece già avvolto nella luce accecante della verità, conscio che la conoscenza di sé è contenuta nella memoria. Quando un regista dispone di due attori di tale levatura, e di loro si fida, senza distogliere lo spettatore con l’artifizio, fuorché quello necessario al tono e al senso dello spettacolo, allora la rappresentazione si apre alla modernità dei due interpreti. Non si sente in loro la zavorra pedantesca del classicheggiare né lo svilimento della parola dentro un recitare “come se stessero nella toilette di casa”. Sanno ciò che dicono, lo sanno dire e danno l’impressione – questa è una gran cosa – di dirlo per la prima volta.
In scena anche Paolo Serra a interpretare un Creonte non indimenticabile ma di mestiere; i corifei sono Francesco Biscione, Paolo Cresta e Alessandro Balletta, i quali non paiono né moderni né antichi. Scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta e luci di Gigi Saccomandi, anche questa volta senza pecche.Molto giuste le musiche di Ran Bagno.
