“Circo Paradiso”, testo di Agnese Fallongo anche attrice assieme a Tiziano Caputo. Regia di Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata. Al Manzoni di Roma

Circo Paradiso

Sul trapezio della vita

Il mondo si divide in due: i “fermi” sono gli stanziali, i sedentari, praticamente la popolazione intera; e i “dritti”, cioè i circensi “che vanno sempre dritto” spiega Attilina a Cesare. Lui, figlio di un falegname, è un fermo ma diventerà un dritto per amore di lei, figlia di un clown. Circo Paradiso è il titolo dello spettacolo che Agnese Fallongo anche autrice e Tiziano Caputo, diretti a quattro mani da Adriano Evangelisti e Raffaele Latagliata, hanno portato in scena al teatro Manzoni di Roma.
Attilina e Cesare sono una vecchia coppia di vita e di trapezio in pensione che ha avuto il suo momento di gloria. Forse si sono esibiti in qualche circo internazionale, oppure, non si capisce bene, hanno praticato l’arte anche sotto un piccolo chapiteau di provincia, di quelli che una volta giravano per i paesini del basso Lazio, Sperlonga, Itri, Monte San Biagio, portandosi dietro il vecchio leone dagli occhi miti che saliva sullo sgabello con una rassegnata pazienza per le bambinate umane.
Si racconta la storia dei due trapezisti, dal loro primo incontro ancora infanti a quando, ormai anziani, vengono chiamati ad esibirsi un’ultima volta per ricevere un premio, il Trapezio d’oro, nel corso di una serata d’onore. Lo spettacolo parla in effetti di amore e di vite laterali, di fanciullezza, sentimenti, intensità, vocazione nella terra dei pochi chiamati alla meraviglia dell’irregolarità. L’arte circense come arte di vivere o forse il contrario, l’arte di vivere come arte circense, è il fondamento di uno spettacolo che esalta le caratteristiche poetiche di Agnese Fallongo. L’attrice emana una dolcezza, un’umanità commoventi che non derivano da un’ingenuità recitativa ma trovano il loro strumento di comunicazione nel mestiere, nella tecnica e nella profondità interpretativa. Artista teatrale di valore, molto flessibile alle necessità del personaggio e alle sue mutazioni in corso d’opera, dall’infanzia alla vecchiaia. Fallongo ha scritto un testo che funziona anche per il suo compagno di scena, Tiziano Caputo, bene in parte dentro questa favola esistenziale nella quale il conflitto non prepondera, l’eroe non impera per poi trionfare o cadere (dal trapezio, evidentemente), ed invece conta l’itinerario del racconto in sé, il modo di narrarlo, con l’intento di mostrare piuttosto che dimostrare.
Per una sala come il Manzoni, noto per un cartellone di commedie brillanti, Circo Paradiso è uno spettacolo singolare che in una serata qualunque alla terza settimana di repliche è stato accolto con favore da un pubblico evidentemente di abbonati, fra i quali vari soggetti abituati a parlottare e scartocciare caramelle durante la rappresentazione. Ma il rumore degli applausi finali era meritato dagli attori.

Marcantonio Lucidi,
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