“La dodicesima notte” di Shakespeare, regia di Loredana Scaramella, con tredici attori fra i quali Elisabetta Mandalari, Carlo Ragone e Mauro Santopietro. Al Globe di Roma

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Rock around the lock

La dodicesima notte di Shakespeare è una commedia scritta in fretta, probabilmente in onore di Virginio Orsino duca di Bracciano in visita a Londra e rappresentata forse la sera dell’Epifania del 1601, ossia la dodicesima notte dopo il Natale, alla presenza della regina Elisabetta e della sua corte.
Possibile che per questo motivo, all’immaginario duca di Illiria della sua commedia, l’autore abbia dato il nome di Orsino. Si tratta di una commissione urgente e infatti presenta qua e là qualche incoerenza, per esempio il personaggio di Viola vanta la propria abilità nel canto ma nell’originale le canzoni sono affidate al clown Feste, il quale peraltro nel mezzo della beffa a Malvolio, viene sostituito da un personaggio nuovo, Fabian, che poi affermerà d’essere lui l’ideatore dello scherzo.
L’aspetto interessante è che a scrivere di fretta s’ha da ricorrere senza tentare nessuna sperimentazione ai propri standard compositivi e all’automatismo tecnico. Quindi La dodicesima notte è una commedia che pare fatta apposta per smontare e guardare come è costruito e come funziona un tipico giocattolo teatrale di Shakespeare: protasi, presentazione dei personaggi, dei loro rapporti e della situazione; epitasi, intreccio e sviluppo delle trame; catastasi, dove specialmente nella commedia a intrigo il nodo drammatico si intrica e si stringe fino ad apparire irrisolvibile; catastrofe, scioglimento del nodo. Ecco perché sono commedie queste che la sensibilità filologica si scoccia a veder toccate. Soprattutto quando si assiste alla rappresentazione della Dodicesima notte al Globe di Roma, riproduzione quasi fedele dell’originale edificio teatrale seicentesco londinese che, come si sa, è privo del tetto. Alle sei del pomeriggio di primo autunno, il giorno illumina tutto lo spazio scenico e lo spettacolo si svolge alla luce naturale come al tempo di Elisabetta che sempre sia lodata per il suo amore dell’arte scenica.
Il rigore conservatore pretende allora il testo pari pari e le battute del ridicolo Sir Andrew Aguecheek dette esattamente, precisamente, rigidamente alla maniera dell’allampanato John Sincklo, un attore comico per piccole parti della compagnia di Shakespeare, i Chamberlain’s men, un caratterista si sarebbe detto nelle vecchie compagnie all’italiana. In questa versione sono stati tagliati e manomessi pezzi e trasformata la commedia in una specie di opera rock, il che potrebbe provocare un vero e proprio furore nello spettatore reazionario. Ma che ira allora avrebbe da colpire colui che s’avvedesse che ne La dodicesima notte dell’Epifania, the twelfth night come la chiamano gli inglesi, non v’è traccia, a parte l’ipotetica prima rappresentazione in quell’occasione? In una delle ballate si cita solo il dodicesimo giorno di dicembre. Questo è il teatro, il regno nel quale l’artista è libero di fare quel che gli garba, di scrivere la commedia come gli gira o di modificarla, adattarla, tradurla e ridurla e spezzettarla se vuole, purché poi in scena, come si dice, funzioni (con scorno dei puristi). E siccome durante la rappresentazione di questa versione al Globe, la gente si diverte e ride – essendo questa non solo un’importante opera del Bardo ma anche una commedia brillante – allora è nel giusto Loredana Scaramella che l’ha tradotta, manipolata e diretta.
Poi si può notare che a volte la traduzione lascia un po’ a desiderare e che le parole delle canzoni originali di Mimosa Campironi sono un po’ troppo facili; si può osservare che qualche personaggio è quanto meno abbandonato alla sua buona sorte di invenzione shakespeariana, cioè si regge da solo anche se l’interprete non pare sfruttarne tutte le ottime possibilità. Per esempio Malvolio (affidato a Federigo Ceci), il maggiordomo innamorato della contessa Olivia e vittima del raggiro che gli fa credere il suo amore ricambiato. Malvolio è una figura tragica in commedia, l’hanno interpretata i migliori, da Richard Burbage a John Gielgud. Rappresenta la terribile condizione umana del patetico cretino, lo zimbello da deridere con crudeltà, l’unico che alla fine se ne va senza partecipare alla gioia del lieto fine ma rancoroso e ridicolo nella sua minaccia d’una vendetta impossibile. Un’anima idiota, incapace di riconoscere la propria condizione, piena di grottesche ambizioni e comicamente inopportuna, un anonimo mediocre e una magnifica occasione per un attore in vena di sfruttarla diretto da una regia che sa dove il personaggio può arrivare.
Bene impostato invece il primo ruolo femminile affidato a Elisabetta Mandalari: Viola figlia del duca di Messina, crede di avere perso il fratello gemello Sebastian in un naufragio, spasima per il duca Orsino – che però anche lui è innamorato di Olivia – e si traveste da uomo sotto il nome di Cesario per stargli vicino. Parte da Viola tutto il sistema di intrighi della commedia, se Mandalari sbaglia il personaggio si porta appresso mezzo spettacolo ma sa di essere strategica, gioca bene, è in parte, sta nel collettivo ma con personalità.
Impeccabile come sempre al canto ed estrosa, piacevole, brillante alla recitazione, Carlotta Proietti è una Olivia credibile, femmina con due cascamorti al seguito, costumata ma invitante nei suoi baluginii di sensualità. Feste è il classico fool shakespeariano. Fa bene il suo interprete Carlo Ragone a mettere nel personaggio una certa ferocia, un’ombra satanica da diavoletto rock, non un violento ma un romantico individualista ribelle. Viene fuori un carattere ammaliante e al servizio d’uno spettacolo di toni e atteggiamenti rockettari adatti alla Dodicesima notte che è uno scherzo, un girandolare, un roteare di innamorati che si invaghiscono di chi invece ama un terzo, di servetti e servette furbi e manovrieri, di gemelli perduti e ritrovati, e travestimenti ed equivoci, lettere d’amore false e spiritosaggini forti, salaci, da taverna. L’ubriacone volgare e chiassoso sir Toby Belch, interpretato proprio come vi piace, spettatori, da Mauro Santopietro, è gratificato da Shakespeare d’un bel po’ di battute al punto d’aver la parte più estesa dell’intera commedia pur non essendo al centro della vicenda. È un tipo sulla falsariga del grasso, bonario, beone Falstaff che tanto successo aveva avuto presso le ridanciane platea londinese del tempo elisabettiano. William è prima di tutto un autore popolare, poi un genio. Vuole sentire il pubblico, plebe e aristocratici, sgrullarsi di divertimento, ridere, piangere, infiammarsi. Il teatro deve essere il pentolone di un’umanità messa a bollire nelle passioni.
Ci sono danze, musiche, c’è il Quartetto William Kemp che suona dal vivo – l’autore delle musiche Adriano Dragotta al violino; Daniele Ercoli, contrabbasso; Alessandro Luccioli, batteria e percussioni; Daniele De Seta, chitarre – e soprattutto a governare il traffico, opera una regia che mostra come con una dozzina di sedie si può fare una buona messinscena con gran folla sulla ribalta non solo rispettando le regole contro l’epidemia ma addirittura sfruttandole per creare ulteriori motivi e giochi spettacolari. Pare che Shakespeare abbia scritto Re Lear, Macbeth e Antonio e Cleopatra durante le ricorrenti ondate di peste dei suoi anni mentre i palcoscenici erano chiusi. Non tutti i topi e le pulci pieni di flagello vengono per svuotare i teatri o per costringere gli artisti a fare monologhi a ripetizione, a volte servono a chi ha il coraggio (anche produttivo) di mettere in scena tredici attori e trovare idee nuove per riuscire a stare tutti insieme dentro uno Shakespeare.
Brava, abile e anche astuta la costumista Susanna Proietti che sa valorizzare il corpo della donna, nasconde, esalta e senza clamore influenza tutta l’estetica dello spettacolo. In scena anche Giulio Benvenuti (Sebastiano), Diego Facciotti (Orsino), Gabrio Gentilini (Antonio), Paolo Giangrasso (Fabian), Roberto Mantovani (Capitano), Loredana Piedimonte (Maria), Antonio Sapio (Valentino), Federico Tolardo (Sir Andrew).

Marcantonio Lucidi,
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